Contro la "superficialità di massa": Tato ci racconta il nuovo singolo "Vuoti digitali"


Dietro il nome d'arte Tato c'è Luigi Spagnuolo, un cantautore ventiduenne che ha radicato le sue origini ad Avellino prima di trasferirsi a Roma, portando con sé una forte urgenza espressiva e un pianoforte carico di storie. La sua musica rifiuta la via della disimpegnata spensieratezza per farsi specchio critico della quotidianità e dei disagi che affliggono la sua generazione.

In occasione del lancio del nuovo singolo "Vuoti digitali" — fuori dal 3 luglio in radio e dal 4 in streaming per Maionese Project — abbiamo intervistato Tato. Ci ha raccontato come nascono le sue canzoni (partendo sempre rigorosamente dalle parole), del suo rapporto conflittuale con il panorama dominato dai numeri social e dei suoi piani per il futuro nella Capitale. Ecco cosa ci ha detto

Ciao! Presentati ai nostri lettori: dietro il nome d'arte Tato c'è Luigi Spagnuolo, un cantautore ventiduenne che da Avellino ha portato la sua musica fino a Roma. Chi è Tato oggi?
Ciao, è un piacere rispondere alle vostre domande! Tato oggi è un ragazzo ventiduenne caratterizzato da una forte sensibilità e con una grandissima passione per la musica. I testi dei miei brani partono dall’urgenza di riflettere e far riflettere sui problemi che caratterizzano la nostra società e la nostra quotidianità. Attraverso la mia musica spero di innescare un pensiero critico su problematiche che affliggono la mia generazione.

La musica è il centro della tua intera vita. Come e quando ti sei avvicinato a questo mondo, partendo dallo studio del pianoforte da bambino fino alle prime esibizioni importanti?
Inizio col dire che la mia famiglia è sempre stata molto appassionata di musica: la radio in casa era sempre accesa e scandiva perfettamente ogni momento della giornata. All’età di 5 anni ho iniziato a prendere lezioni di pianoforte e, da quel momento, ho intuito che la musica sarebbe stata la mia più grande passione. L'anno successivo ho fatto l’audizione per entrare nel coro del teatro di Avellino e l’ho superata. Lì ho trovato tanti ragazzi che si divertivano, a cui piaceva fare musica e che avevano un unico grande obiettivo, ovvero l’ottima riuscita delle proprie esibizioni su palchi televisivi e di importanza nazionale. Su quei palchi non ho mai avuto una particolare ansia, forse perché ero molto piccolo e non mi rendevo conto di cosa significasse una diretta televisiva, ma forse anche perché ero circondato da persone con cui mi sentivo bene, tutti amici uniti da un’unica grande passione: la musica!

La tua scrittura unisce introspezione personale a un forte focus sulle tematiche sociali. Chi sono i tuoi artisti e cantautori di riferimento, quelli che ti ispirano quando ti metti al pianoforte?
I miei artisti e cantautori italiani di riferimento in questo periodo sono soprattutto Alfa, Mr.Rain e Ultimo. Cantautori che, come me, sentono l’urgenza di portare la propria vita nei loro brani.

Come nascono le tue canzoni? C'è un rituale preciso in cui le parole e le note si incontrano, magari partendo proprio da un'osservazione critica della realtà che ti circonda?
Si, esatto! I brani nascono da riflessioni critiche e spontanee che derivano dalla mia quotidianità. Quasi sempre scrivo prima il testo per non essere in alcun modo influenzato sulle parole da usare e poi, successivamente, trovo la melodia perfetta che possa accompagnare al meglio la tematica principale del brano!

Il tuo nuovo singolo "Vuoti digitali" critica aspramente la finzione e la solitudine generate dalle interazioni virtuali. Alla luce di questo testo, cosa ne pensi del panorama musicale e culturale odierno, sempre più dominato da algoritmi e numeri social?
La cosa che più mi dispiace è che, nel panorama musicale e culturale odierno, gli algoritmi e i numeri social governino il successo dell’artista. La maggior parte delle persone è portata ad ascoltare un brano solo perché è cantato da un personaggio che conta milioni di follower sui social e a scegliere sulla base dei numeri, non sulle proprie sensazioni: in questo modo si distoglie l’attenzione dalla realtà favorendo una “superficialità di massa”. Bisognerebbe ritornare ad avere contatti umani e a fare chiacchiere seduti al bar, solo in questo modo è possibile ritrovare sé stessi e riflettere in modo critico su ciò che ci circonda.

Parliamo del tuo nuovo singolo, fuori dal 3 luglio in radio e dal 4 in streaming. Come è nato questo pezzo e che riscontro sta avendo con il pubblico che si rispecchia in quel gesto automatico dello "scorrere per abitudine"?
Questo pezzo è nato da una riflessione: quante persone tra quelle che “ci parlano” o ci seguono sui social, sono davvero pronte ad ascoltarci nei momenti di difficoltà? Ed ecco che, immediatamente, risuonano i primi due versi del brano “ho il telefono pieno di voci, ognuna parla ma nessuna sente” … 
Il brano è uscito da pochissimi giorni ma sta già portando gli ascoltatori ad interrogarsi sulla tematica. Molte persone, tra quelle che mi hanno dato un feedback a riguardo, insistono sulla capacità del brano di far riflettere su una problematica che è sotto i nostri occhi, ma che, per abitudine, tendiamo a sottovalutare.

Questo singolo per Maionese Project segna un passo importante dopo il tuo trasferimento a Roma. Ci sarà un album o un EP in arrivo? Cosa ci puoi anticipare al riguardo?
Io continuo a lavorare e a scrivere! Nei prossimi mesi usciranno altri singoli e poi per l’album chissà, tempo al tempo!


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