Nata quasi per caso durante le ultime fasi di lavorazione del disco, la canzone si è trasformata rapidamente in uno dei brani più rappresentativi dell'attuale identità artistica del gruppo, introducendo un linguaggio compositivo più libero e destrutturato che guarda già ai prossimi sviluppi del progetto. Un percorso che dimostra come i CALANCO continuino a mettere al centro autenticità, sperimentazione e la volontà di raccontare emozioni capaci di parlare a tutti.
In occasione dell'uscita di "Sbaglio Spesso", abbiamo intervistato i CALANCO per approfondire la nascita del singolo, il significato del brano, il lavoro sugli arrangiamenti e la direzione artistica che accompagnerà l'arrivo di "Solchi".
Il titolo “sbaglio spesso” suggerisce una presa di coscienza. Quando avete capito che sarebbe stato il cuore del brano?
Iniziare l'intervista con questa domanda fa quasi sorridere, perché la verità è molto più spontanea. "sbaglio spesso" era semplicemente il nome provvisorio che noi CALANCO avevamo dato alla traccia durante le prime sessioni di jamming in sala prove. È nato come un puro titolo di lavorazione. Solo in un secondo momento, sviluppando il testo, ci siamo resi conto che quel nome provvisorio non era solo un'etichetta comoda, ma rappresentava il fulcro perfetto del brano. Si è trasformato in una vera e propria dichiarazione d'intenti, un modo diretto per far capire che la canzone affronta un errore in cui, purtroppo, moltissime persone cadono ripetutamente.
La canzone racconta una relazione che continua a sopravvivere nell’immaginazione. Quanto può essere pericoloso idealizzare qualcuno?
Idealizzare qualcuno è senza dubbio una delle dinamiche più complesse che ci troviamo ad affrontare oggi. La società contemporanea ci spinge ad avere contatti filtrati dai social e dalla tecnologia, impedendoci spesso di sviluppare una conoscenza reale e profonda dell'altro. In questo contesto, ognuno tende a mostrare esclusivamente ciò che preferisce, e questa narrazione parziale non fa che amplificare un comportamento che, in realtà, è sempre stato intrinseco nei rapporti umani. Questo meccanismo si applica a livelli diversi: dall'idealizzazione di figure pubbliche, come cantanti, modelli o politici, fino a quella delle persone che abbiamo accanto nella quotidianità, come un partner o un amico con cui c'è un legame affettivo. Proprio a causa di questi filtri, oggi è sempre più difficile costruire rapporti genuini e sani. Se ci facciamo caso, gli amici più stretti sono spesso quelli che ci portiamo dietro fin dall'infanzia; legami nati quando non esistevano ancora queste strutture digitali a mediare e, in un certo senso, a ostacolare una relazione diretta e spontanea.
Nel testo convivono vulnerabilità e orgoglio. Come avete bilanciato questi due aspetti?
Il bilanciamento tra queste due componenti si riflette perfettamente nella parabola del protagonista, che abbiamo descritto attraverso la metafora del cane abbandonato in tangenziale. Da un lato c'è la vulnerabilità assoluta dell'animale fedele che aspetta il padrone in un parcheggio, quasi a volersi convincere che non sente nemmeno il freddo pur di rimanere lì ad attendere. Dall'altro, subentra una reazione che può sembrare orgoglio, ma che in realtà è pura difesa: il cane è pronto a mordere chiunque gli si avvicini, anche chi ha intenzioni benevole e vorrebbe solo aiutarlo.
Più che di un equilibrio studiato a tavolino tra vulnerabilità e orgoglio, si tratta della descrizione accurata di quel "limbo" emotivo in cui si ritrova chi vive una dipendenza affettiva. È una condizione in cui si è lucidi e consapevoli della propria sofferenza, ma al tempo stesso si rifiuta di accettarla fino in fondo, arrivando a difendere con i denti qualcosa che, nei fatti, non esiste già più.
C’è una frase del brano che secondo voi ne riassume meglio il significato?
L'immagine a cui siamo più legati è quella che recita: "come un mostro che vive in un film dell'orrore". Nelle dinamiche di dipendenza affettiva capita spesso di sentirsi dominati o messi all'angolo da un partner con un carattere più forte, arrivando al punto di colpevolizzarsi e sentirsi "sbagliati", quasi fossimo noi i veri mostri della situazione.
Se ci pensiamo, nella quasi totalità dei film horror la storia è raccontata dal punto di vista delle persone comuni che vengono terrorizzate dalla creatura di turno. Quasi mai ci si interroga sulla prospettiva del mostro: ci si chiede raramente se sia davvero malvagio per natura, o se siamo noi a non comprenderne l'essenza, avendo magari invaso il suo spazio. Questa frase rappresenta per noi CALANCO, la chiave di volta del testo: riassume perfettamente quel senso di alienazione e di totale smarrimento che si prova quando si è intrappolati nel limbo di un amore tossico.
Il sound alterna momenti più immediati ad altri più tesi e riflessivi. Quanto è stata importante questa dinamica?
La dinamica del sound non è nata per assecondare la tematica del testo, ma per contrastarla. Ci affascinava l'idea di contrapporre un testo decisamente più "dark" a una struttura musicale costruita su molti accordi maggiori, con un'atmosfera apparentemente scanzonata.
A livello di arrangiamento, come avevamo già fatto per "Domenike" (il nostro primo singolo uscito a maggio su tutte le piattaforme di streaming), volevamo destrutturare la classica forma canzone. Il brano, infatti, parte subito in modo diretto: un colpo di batteria e si viene catapultati immediatamente nel ritornello, che mette subito in chiaro l'anima del pezzo. Da lì si passa a strofe caratterizzate da passaggi più serrati, con stacchi strumentali e ritmiche in controtempo. Dal punto di vista narrativo, questi momenti più tesi e frammentati rappresentano proprio gli istanti in cui il protagonista si ferma a riflettere sulla propria condizione e sulla realtà che sta vivendo. Giocare con questi contrasti è stato uno dei pilastri del metodo di scrittura per tutte le canzoni del disco “solchi”, che uscirà il prossimo settembre su Apple Music, Spotify, Amazon Music e tutte le altre piattaforme di streaming.
Avete mai avuto paura che un racconto così diretto potesse risultare scomodo?
Assolutamente no. Siamo nel 2026, non è più il momento delle mezze misure: bisogna essere diretti e non bisogna avere paura di risultare scomodi. Di musica "comoda" e di artisti che girano intorno alle cose senza mai esporsi è già pieno il mondo. In realtà non pensiamo nemmeno che il brano sia così eccessivamente urticante, ma se per qualcuno dovesse risultare scomodo, ne saremmo felici. Significherebbe che il testo è riuscito a fare breccia e a toccare un nervo scoperto. Se qualcuno si sentirà infastidito o chiamato in causa, noi CALANCO siamo qui: non c'è modo migliore che parlarne insieme e aprire un dibattito.
Quanto conta per voi trasformare esperienze personali in qualcosa di universale?
Crediamo sia fondamentale per chiunque crei qualcosa di proprio, che si tratti di musica, scrittura, teatro o cinema. Il punto di partenza è quasi sempre un'esperienza personale o un vissuto che ci ha toccato da vicino, ma il vero motore dell'arte è la capacità di trasformare quel frammento privato in qualcosa di universale. Solo così quel racconto può diventare uno strumento in cui il pubblico può rispecchiarsi e trovare una chiave di lettura per la propria vita.
La musica, in questo senso, ha una marcia in più perché viaggia su un doppio binario comunicativo: da un lato c'è il testo, che permette di veicolare un messaggio chiaro e di contenuto; dall'altro c'è la parte sonora, che apre alla sperimentazione e riesce a colpire lo spettatore a un livello più emotivo e sensoriale. Riuscire a unire queste due forze è la sfida più bella quando si scrive una canzone.
In che modo “sbaglio spesso” rappresenta l’attuale momento artistico dei Calanco?
È una domanda interessante, perché ci costringe a riflettere su un percorso che abbiamo vissuto in modo molto spontaneo. "sbaglio spesso" rappresenta letteralmente l'ultimo capitolo della nostra più recente fase creativa. Il brano è nato quasi per gioco, da una sfida lanciata dal nostro fonico, Andrea Cola, dello Stonebridge Studio di Cesena. Poco prima di entrare in studio per le registrazioni ufficiali del disco, ci ha provocato dicendo: "Le canzoni che state per registrare le conoscete fin troppo bene, perché non provate a scriverne un paio completamente nuove?". Da quella provocazione sono nati due brani, tra cui "sbaglio spesso".
Inizialmente non era nemmeno previsto che entrasse nella tracklist dell'album, e invece oggi si ritrova a essere il secondo singolo estratto. Mentre le altre tracce che comporranno il disco “solchi”, in uscita a settembre, appartengono a un periodo di scrittura precedente, questa canzone fotografa esattamente chi siamo oggi. Ha introdotto un approccio sonoro e testuale diverso, più immediato e destrutturato, che sta influenzando anche i brani che abbiamo già iniziato a scrivere per il prossimo lavoro in studio. Detto questo, non ci poniamo mai limiti: per il futuro non escludiamo di sperimentare strade ancora diverse.

