ALAN: l'intervista sul nuovo singolo “Specchi Rotti”


Con il nuovo singolo “Specchi Rotti”, gli ALAN affrontano uno dei temi più attuali del nostro tempo: il rapporto tra identità, apparenza e rappresentazione nell'era digitale. Un brano diretto e intenso che invita a guardare oltre i filtri e le immagini costruite per riscoprire il valore dell'autenticità. Ne abbiamo parlato con la band in questa intervista.

“Specchi Rotti” parla di filtri, immagini costruite e identità smarrite. Quanto sentite attuale questo tema?
Lo sentiamo terribilmente attuale, al punto da considerarlo quasi inevitabile. Oggi l’essere umano vive in una continua mediazione di se stesso: non mostra piu’ cio’ che e’, ma cio’ che ritiene presentabile, desiderabile, competitivo. Il problema non e’ soltanto l’uso di un filtro fotografico o di una postura sociale costruita, ma l’assuefazione progressiva a una versione alterata della realta’. A forza di guardarci attraverso superfici deformanti, rischiamo di non riconoscerci piu’. “Specchi Rotti” nasce proprio da questa inquietudine: dalla sensazione che stiamo affidando la nostra identita’ a un sistema che la semplifica, la spettacolarizza e infine la svuota.

Il brano invita ad accettare anche le proprie fragilità. È questo il vero antidoto all’apparenza?
Credo di si’, o almeno e’ uno dei pochi antidoti possibili. L’apparenza prospera dove c’e’ rifiuto del limite, dove tutto deve essere levigato, performante, impeccabile. Ma l’essere umano non funziona cosi’. Siamo fatti anche di esitazioni, ferite, imperfezioni, contraddizioni. Accettare la propria fragilita’ non significa glorificare il dolore o arrendersi all’inadeguatezza; significa smettere di mentire a se stessi. E’ da li’ che puo’ nascere una forma piu’ sana di presenza nel mondo. Le crepe non sono solo una rovina: a volte sono il solo punto da cui puo’ passare la luce.

Nel vostro racconto emerge una differenza molto forte tra chi ha conosciuto il “prima” e chi è nato nell’era digitale. Quanto pesa questa distanza generazionale?
Pesa molto, ma non nel senso banale per cui una generazione sarebbe migliore dell’altra. Pesa perche’ chi ha conosciuto un prima possiede almeno un termine di paragone. Sa che il mondo non e’ sempre stato cosi’, sa che sono esistiti tempi dell’attesa, del silenzio, della noia persino, che erano anche spazi interiori fertili. Chi invece e’ nato dentro l’ecosistema digitale spesso considera naturale cio’ che naturale non e’: l’esposizione continua, la reperibilita’ assoluta, la sovrapposizione tra vita e rappresentazione. Non e’ una colpa, e’ una condizione storica. Pero’ questa distanza generazionale conta eccome, perche’ cambia il modo di percepire il tempo, il desiderio, la relazione e perfino l’idea di identita’.

Musicalmente il pezzo ha un impatto molto diretto. Quanto conta l’immediatezza nella vostra scrittura?
Conta molto, perche’ non abbiamo mai pensato che intensita’ e accessibilita’ fossero in contraddizione. Ci interessa scrivere brani che arrivino subito, anche fisicamente, ma che non si consumino tutto in quel primo impatto. L’immediatezza per noi non e’ semplificazione: e’ precisione. E’ trovare una forma sonora capace di trasmettere urgenza senza perdere densita’. “Specchi Rotti” doveva colpire in modo frontale, quasi nervoso, perche’ il tema non chiedeva troppi abbellimenti. Aveva bisogno di una lingua musicale tesa, riconoscibile, diretta, ma con dentro una ferita che continuasse a pulsare.

Il videoclip sembra un viaggio tra realtà parallele e illusioni. Qual era l’emozione che volevate trasmettere?
Volevamo trasmettere un senso di spaesamento lucido. Non una semplice angoscia, ma quella percezione sottile per cui qualcosa appare familiare e allo stesso tempo profondamente sbagliato. Come quando ti guardi intorno e capisci che il mondo funziona ancora, ma non sai piu’ se ti ci riconosci davvero. Il video prova a evocare proprio quella sensazione: una bellezza artificiale, geometrica, quasi ipnotica, dentro la quale l’elemento umano appare incrinato, fuori asse, insufficiente. Ci interessava che lo spettatore non si sentisse soltanto dentro un sogno, ma dentro un sogno che sta progressivamente diventando una gabbia.

Gli ALAN sono attivi da oltre vent’anni. Cosa vi tiene ancora uniti artisticamente?
Ci tiene uniti la necessita’ di dire qualcosa che per noi abbia ancora peso. Non siamo mai stati una band costruita attorno a un’immagine o a una funzione da assolvere nel mercato. Quello che ci ha tenuti insieme nel tempo e’ una visione comune, anche quando i gusti cambiano, le vite cambiano, i mezzi cambiano. Restano un’urgenza espressiva, una tensione critica verso il presente e una certa idea di dignita’ artistica che non abbiamo voluto sacrificare. In fondo continuiamo perche’ sentiamo di avere ancora qualcosa da mettere in discussione, prima dentro di noi e poi nel mondo che ci circonda.

Quanto è importante per voi restare un progetto completamente autoprodotto?
E’ fondamentale, anche se comporta fatica, lentezza e una quantita’ enorme di compromessi rifiutati. Essere autoprodotti per noi non e’ un vezzo identitario, ma una forma concreta di liberta’. Significa poter scegliere tempi, linguaggi, contenuti, errori persino. Significa non dover addomesticare il messaggio per renderlo piu’ vendibile o piu’ innocuo. E’ chiaro che l’autoproduzione ha un prezzo, spesso molto alto, ma ci permette di restare fedeli a quello che siamo. In un panorama in cui spesso tutto viene orientato alla spendibilita’ immediata, preservare uno spazio non colonizzato e’ gia’ un atto politico oltre che artistico.

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