Esistono ricordi che sembrano immutabili, ma che con il passare del tempo cambiano insieme a noi. È proprio da questa riflessione prende forma “Polaroid”, il nuovo singolo dei MaldiMarte, un brano che intreccia memoria, rimpianto e percezione della realtà attraverso un linguaggio musicale capace di muoversi tra dream rock, post-rock e cantautorato.
L'immagine della polaroid diventa così il simbolo di un istante apparentemente fissato per sempre, ma destinato ad assumere significati diversi ogni volta che viene osservato. Un viaggio intimo che invita ad interrogarsi su quanto i nostri ricordi siano davvero fedeli al passato e quanto, invece, vengano trasformati dalle emozioni e dal tempo.
Per approfondire la nascita di “Polaroid”, il suo significato e il percorso creativo della band, abbiamo incontrato i MaldiMarte. Ecco cosa ci hanno raccontato.
“Polaroid” ruota attorno al rapporto tra memoria e realtà: quando avete iniziato a riflettere su questo tema?
È una riflessione arrivata quasi dopo la scrittura del brano. Mi capita spesso di capire davvero una canzone solo quando è già stata scritta. Polaroid è nata d'istinto, ma col tempo mi sono reso conto che parlava di qualcosa che riguarda tutti: il modo in cui i ricordi cambiano insieme a noi. Pensiamo di custodire il passato, invece continuiamo a riscriverlo.
Perché avete scelto proprio una polaroid come simbolo del brano?
Perché una polaroid sembra fermare un istante, ma non può fermare quello che succede dopo. La fotografia resta uguale, siamo noi a cambiarle significato ogni volta che la riguardiamo. Mi piaceva questa contraddizione: un'immagine nata per conservare un ricordo che finisce per raccontarne uno diverso.
Palermo ha un ruolo centrale nella narrazione: quanto conta il legame con la città nella vostra scrittura?
Palermo è il luogo in cui la storia prende forma. Avevo bisogno di un contesto reale, di una città che desse un orizzonte al racconto. Avrebbe potuto essere qualsiasi città, perché quello che mi interessava non era descrivere Palermo, ma raccontare quello che accade dentro chi la attraversa. Palermo è il contenitore, non il protagonista.
Nel testo emerge il senso di colpa come elemento che altera i ricordi. Come avete sviluppato questo aspetto?
Credo che il rimpianto abbia un effetto molto preciso: modifica il modo in cui ricordiamo le cose. Non sempre ricordiamo ciò che è successo davvero, ma quello che siamo riusciti a sopportare. Da questa osservazione è nata anche la frase che sintetizza il brano: «La memoria modifica ciò che il rimpianto non riesce a sopportare».
Musicalmente il brano attraversa diverse sfumature tra dream rock, post-rock e cantautorato. Come avete costruito questo equilibrio?
Il brano è nato quasi interamente durante un'improvvisazione al pianoforte. Melodia, atmosfera e gran parte del testo erano già lì. In studio abbiamo lavorato soprattutto per togliere, più che per aggiungere.
Quanto è importante per voi lasciare spazio all'interpretazione dell'ascoltatore?
È fondamentale. Non mi interessa spiegare tutto. Mi piace pensare che una canzone continui a essere scritta da chi la ascolta. Se due persone trovano significati diversi dentro Polaroid, significa che il brano ha iniziato una vita propria.
Il concetto dell'effetto Mandela attraversa la canzone in modo sottile. Cosa vi affascina di questa teoria applicata alle emozioni?
La cosa curiosa è che il collegamento è arrivato dopo. La canzone era già finita quando mi sono imbattuto nell'effetto Mandela e ho avuto la sensazione che descrivesse perfettamente quello che avevo scritto.
Cosa sperate rimanga a chi ascolta “Polaroid”?
Spero rimanga una domanda. Mi piacerebbe che, finita la canzone, qualcuno tornasse a pensare a un proprio ricordo chiedendosi quanto ci sia di reale e quanto sia stato trasformato dal tempo.

