Sambiglion racconta “Che colpa ho io”: una canzone tra scelte, rinunce e libertà

 

Sambiglion torna con “Che colpa ho io”, un brano intenso e profondamente personale che affronta il tema delle scelte, delle rinunce e della ricerca di senso. Attraverso una scrittura autentica e un crescendo emotivo che culmina in un finale liberatorio, il cantautore trasforma esperienze intime in una riflessione universale capace di parlare a chiunque si sia trovato a fare i conti con il proprio passato. In questa intervista ci racconta la genesi del singolo, il significato del suo titolo e il percorso emotivo e artistico che ha dato vita a una delle sue canzoni più sincere.

“Che colpa ho io” nasce da emozioni molto intense: qual è stato il momento preciso che ha dato origine alla canzone?
Con questa domanda tocchiamo un argomento che mi obbliga a prendere una scelta, cioè se rivelare oppure no dei momenti o delle situazioni che possano in qualche modo condizionare l’immaginazione o l’evocazione di alcuni ricordi dell’ascoltatore. Quindi per il momento non rivelerò cosa ha scaturito questo brano, ma posso dire che è stato uno scontro col passato a dare inizio al flusso.

Nel brano parli di scelte e rinunce. Quanto pensi che queste esperienze contribuiscano alla crescita personale?
Avendo una visione filosofica della vita, ovviamente ogni esperienza ha qualcosa da insegnare. Ad esempio ogni giorno abbiamo la possibilità di scegliere il colore del vestito indossare e quale lasciare nell’armadio, ma quello che fa la differenza è la consapevolezza delle scelte e delle rinunce, se restare o andarsene. Nel caso della “maggioranza” la consapevolezza arriva dopo la decisione e quindi si materializzano brani come Che Colpa Ho Io, ma io credo che sbagliando si impara perlomeno a fare le rinunce giuste.

Il titolo sembra racchiudere un senso di smarrimento e di ricerca di risposte. Cosa rappresenta per te questa domanda?
In realtà è una domanda che, a volte più a volte meno inconsciamente, mi porto dietro sin da quando ero molto piccolo, essendo la mia una famiglia molto religiosa forse troppo, sembrava che questo peccato originale dovesse pesare tutto sulle mie spalle e spesso mi sono chiesto “ma che colpa ho io? Io non ho chiesto a nessuno di nascere!”  
Da questo però è derivata tutta la mia ricerca sul senso della vita, e questa ricerca è uno dei temi delle mie creazioni.

Hai definito la scrittura come uno spazio di sfogo e consapevolezza. Quanto è importante la musica per elaborare le emozioni?
Mi capita di riascoltare o leggere cose che ho scritto in passato e stupirmi di come la mia anima e la mia mente spesso elaborano velocemente una situazione mentre a livello materiale e fisico ho bisogno di tempo per digerirla. Magari si tratta di piangere, magari di rifletterci su, magari è solo felicità. 
In questo contesto la musica diventa lo specchio di quella parte di noi che ha già capito tutto, a volte ascoltiamo in loop un brano senza rendercene conto, ma poi appena ci fermiamo ad osservarne il testo o l’emozione che trasmette quel brano, avviene un click dentro di noi e capiamo perché proprio quella musica.

Il sound passa da atmosfere intime a un finale più esplosivo. Come avete costruito questa evoluzione musicale?
Io penso che un brano denso come questo, abbia bisogno dei suoi momenti. Se nella prima parte del brano si parla di cosa avrei potuto o non potuto fare, nella seconda parte c’è una presa di coscienza enorme che è il rendersi conto di quella vocina come un grillo parlante, ad ogni situazione sussurrava, “ricordati della tua libertà” e solo un’esplosione musicale poteva descrivere questo stato d’animo.

Quanto delle tue esperienze personali è confluito nella narrazione del brano?
Come dice la mia bio su Spotify: “cerco la verità, la scrivo e la canto. quella che canto è la mia verità.” 
 
Il videoclip trasforma un viaggio in auto in una metafora interiore. Come è nata questa idea?
Questo invece lo posso svelare!  
Penso sia capitato in moltissimi di noi di aver sognato almeno una volta di essere in un’auto, in psicanalisi tutto nei sogni ha un significato, dal conducente, dai passeggeri, all’auto stessa. Spesso questo sogno arriva quando bisogna prendere delle scelte e quindi l’auto simbolicamente diventa il mezzo che ci indica cosa accade se continuiamo a percorrere quella strada. 
Mettere in scena un sogno e quindi narrare per mezzo di un simbolo penso sia un modo per toccare l’intimo di ognuno di noi.

Cosa ti piacerebbe arrivasse all’ascoltatore dopo aver ascoltato “Che colpa ho io”?
Diciamo quello che mi aspetto io da ascoltatore così parlo per me. 
Io mi immergo nei brani. Se l’immagine è già mia cerco uno spunto diverso, un’altra angolazione per valutare quella situazione. Se l’immagine non è mia provo a vedere se risuona e quindi se emoziona, non a caso cito Jannacci, perché quel brano mi è entrato talmente dentro che mi sono immedesimato nel barbone di “El portava i Scarp del Tennis” e mi sono emozionato. Quando ascolto un brano sono contento anche solo se imparo qualcosa di nuovo.


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