C'è stato un tempo in cui l'arte non conosceva compartimenti stagni: un musicista era anche attore, un poeta era anche compositore. Lavinia Pizzo porta avanti questa nobile idea di "artista a tutto tondo" nella sua quotidianità, muovendosi con straordinaria disinvoltura tra il rigore del diploma in Conservatorio, la recitazione teatrale e la scrittura di canzoni pop. Una scintilla nata prestissimo, quando a soli due anni cantava già perfettamente intonata seguendo i canti popolari del nonno.
Nutrita dal genio di Beethoven, dalla sensibilità di De André e dalla determinazione storica di Maria Anna Mozart, Lavinia ha scelto di andare controcorrente rispetto alla velocità del mercato odierno. Il suo nuovo singolo "Carezza" (disponibile dal 12 giugno per Up Music/Il Branco Publishing) è un invito a rallentare, un brano minimalista che celebra i dettagli, gli sguardi e l'empatia profonda. Su Effetto Musica abbiamo incontrato Lavinia per farci raccontare il suo personalissimo processo creativo — che parte quasi sempre dalla poesia — il suo legame speciale con i silenzi e il sogno di portare in scena un moderno cabaret musicale.
Ciao Lavinia! Ai nostri lettori ti presenti come una musicista classica laureata in Conservatorio, ma anche come cantautrice pop, polistrumentista e attrice teatrale. Come riescono a coesistere tutte queste anime all'interno della tua quotidianità artistica?
Un tempo era scontato che un buon artista sapesse suonare uno strumento, cantare, recitare, dipingere. Era un’educazione completa. Basta pensare a Leonardo Da Vinci. Un genio sì, ma frutto di una realtà che formava artisti a tutto tondo. Penso che sia una cosa fondamentale, per questo ho deciso di spaziare in vari ambiti artistici, che mi danno anche molta soddisfazione. Apprezzavo molto il genere del cabaret musicale già da bambina, anche sullo stile del “one man show”, cosa che vorrei inserire nel futuro delle mie attività artistiche. Qualche piccolo esperimento l’ho già fatto, ma vorrei ampliare la cosa in modo da creare spettacoli strutturati da poter portare in scena.
I cantautori italiani restano il mio punto di riferimento principale, scrivendo canzoni. Amo molto la musica classica, che ha costituito la mia formazione di musicista, e che eseguo tuttora. Però i secoli sono passati ed ogni genere musicale esprime messaggi ed emozioni. Oltre al mondo cantautorale, quello del pop melodico è il genere nel quale mi trovo più a mio agio. Un genere che, in effetti, lascia molto spazio alla varietà di stili di espressione musicale.
Sappiamo che per te musica e vita quotidiana si intrecciano da sempre. Ti va di raccontarci come è scoccata la scintilla nell'infanzia, tra le canzoni tradizionali cantate a casa e l'approccio iniziale con i tasti del pianoforte?
Dicono che, a due anni di età, riuscissi a cantare perfettamente intonati i canti popolari che mio nonno materno, stonatissimo, mi insegnava. Sembrava avessi una specie di traduttore simultaneo dei suoni! Amavo cantare, sin da bambina. Una piccola tastierina a batterie attirava la mia attenzione a lungo, provavo a riprodurre musiche che conoscevo, cantate o meno.
Vivevo con la mia famiglia a Torino, poi ci siamo trasferiti in un piccolo paese in provincia di Biella, Cavaglià, dove abito tuttora. La necessità di sfogare la mia creatività anche attraverso la musica si è tradotta nell’inizio dello studio pianistico, un’attività preziosa in un ambiente culturale meno vario rispetto ad una grande città. A Torino sono poi ritornata per studiare in Conservatorio.
La tua formazione spazia dal pop internazionale al repertorio cantautorale italiano, senza dimenticare la solida base classica accademica. Se dovessi fare tre nomi di artisti o compositori che consideri i tuoi fari polari, chi sceglieresti?
Fabrizio de André, che vedo come un musicista capace di divulgare profonde poesie attraverso i suoni.
Ludwig van Beethoven, che faceva della sua vita di musicista una vera e propria vocazione, capace di metterlo in contatto con l’Assoluto, passando attraverso tutte le prove di una vita dura e travagliata sin dall’infanzia.
Maria Anna Mozart (geniale musicista quanto il fratello Wolfgang), che dedicò la sua vita alla musica insegnando pianoforte (che allora era ancora definito fortepiano, strumento diverso da quello attuale moderno) e facendo della sua casa un luogo di scambio culturale, continuando a suonare persino in vecchiaia, quando era quasi completamente cieca.
Come insegnante e artista, l'ispirazione sembra bussare alla tua porta nei modi più inaspettati, come è accaduto ascoltando l'improvvisazione di un tuo giovane allievo. Di regola la tua scrittura parte da un'intuizione al pianoforte, da un micro-gesto della vita reale o da un'esigenza puramente testuale?
“Carezza” è nata da un gioco che spesso propongo agli allievi: creare ritmi ed anche semplici melodie. Il mio allievo non vedente, che seguiva un percorso di attività musicale non pianistica, mi aveva infatti proposto di realizzare una melodia sul suo rapporto di fratello adolescente con la sorella, di qualche anno più grande. Prima il ritmo, poi una piccola linea melodica, poi una bozza di testo. Nel tempo, riflettendo su quanto sia importante un gesto semplice per riportare l’armonia, quella melodia si è sviluppata man mano.
Il mio personale percorso creativo avviene di solito alla rovescia: è quasi sempre un testo in poesia che si affaccia, viene scritto almeno come una bozza, per poi suggerire un ritmo che a sua volta ispira una melodia. Da questa poi nasce l’accompagnamento armonico, che ne enfatizza il significato emotivo.
In un mercato discografico attuale dominato dalla velocità e spesso da una comunicazione urlata, tu hai scelto di uscire in radio con "Carezza", un brano minimalista che esalta il silenzio, la comunicazione non verbale e gli sguardi. Pensi che la musica odierna abbia bisogno di riscoprire questa dimensione più intima e riflessiva?
La musica nasce per comunicare messaggi, veicolare emozioni. A volte una pausa, un silenzio, in musica come nella vita, sono più densi di significato e più forti di ogni flusso continuo, parole o suoni che siano. Mi sembra che negli ultimi decenni alla musica si associ troppo un ruolo di intrattenimento, che riempie vuoti in modo continuo ed abitua chi la ascolta a farla passare come accessorio per non ascoltare se stessi e gli altri.
La musica è anche divertimento, spirito di aggregazione, ma il suo ruolo di linguaggio emotivo profondo non va dimenticato. Usarla per riempire tempo e spazio le toglie il suo significato principale. Che può essere intimo e riflessivo per una persona da sola, come per un gruppo di dieci, cento persone. Tutto dipende dal messaggio che manda.
"Carezza" è disponibile dal 12 giugno per Up Music/Il Branco Publishing. Il brano traduce in note l'emozione sottile del contatto fisico e di un'intesa profonda: che tipo di riscontri e di storie ti stanno arrivando da chi si è rispecchiato nel brano o ha guardato il suggestivo videoclip ambientato in una giornata di pioggia?
C’è molta commozione nel fronteggiare, appunto, il clima di riflessione e di tempo che scorre lento, quasi immobile. Molti mi hanno scritto che sono stati “trasportati altrove” come se il tempo si fosse fermato. Qualcuno si rilassa, concentrandosi sulla calma e la dolcezza del carattere della canzone, è stata definita anche una “delicata poesia”, emotivamente coinvolgente.
"Carezza" dimostra la tua grande capacità di veicolare messaggi potenti attraverso una voce dolce e determinata. Questo singolo è il tassello di un progetto più ampio? C'è un album all'orizzonte in cui esplorerai ulteriormente queste alchimie tra musica e contatto umano?
Lo spero. Non c’è ancora un progetto definito, ma mi piacerebbe molto continuare l’esplorazione emotiva attraverso la musica. Prima tappa: continuare a scrivere e sperimentare!

