I JaydeeQ continuano a costruire un immaginario sonoro che rifiuta qualsiasi comfort zone. Con “The Flak”, il trio spinge ancora più avanti la propria ricerca, trasformando il brano in un’esperienza disturbante e immersiva, dove tensione, ritmo e manipolazione convivono in equilibrio precario. Il singolo attraversa synth pop, breakbeat, industrial e dubstep senza mai perdere compattezza, mantenendo al centro un’attitudine radicale e istintiva che richiama tanto l’elettronica sperimentale quanto l’urgenza del punk.
L’estetica sonora di “The Flak” nasce da contrasti continui: melodie ipnotiche si intrecciano a esplosioni abrasive, mentre la voce perde ogni dimensione umana per trasformarsi in un elemento percussivo e aggressivo. Il riferimento a “Der Fuehrer’s Face” di Paperino introduce inoltre una riflessione sul linguaggio della propaganda e sui meccanismi del condizionamento contemporaneo, tema che trova ulteriore sviluppo nel videoclip attraverso immagini disturbate, schermi catodici e loop visivi ossessivi.
In questa intervista per Effetto Musica, i JaydeeQ raccontano la costruzione sonora di “The Flak”, il fascino per l’elettronica pionieristica di Jean-Jacques Perrey e Bruce Haack, il rapporto tra musica e manipolazione visiva e l’approccio libero e imprevedibile che caratterizzerà il loro prossimo album.
"The Flak" trasmette immediatamente tensione e urgenza: come avete lavorato sul suono per creare questa sensazione ansiogena?
Tutto parte dalla scrittura delle parti di strings che avvolgono il brano dall’inizio alla fine e su questo loop armonico abbiamo costruito il resto, quasi a racconto delle immagini di Der Fuhrer Face per come ce le ricordavamo. Abbiamo usato molto il contrasto dinamico: momenti compressi e soffocanti contro esplosioni improvvise, un tentativo di ingegnerizzazione dell’ansia.
Nel pezzo convivono synth pop, dubstep, breakbeat e attitudine punk. Come siete riusciti a far dialogare mondi musicali così diversi senza perdere compattezza?
Il collante è l'attitudine del punk, più che il genere. Il punk non è uno stile, è una postura — e quella postura tiene insieme tutto il resto. E’ un approccio alla musica così come lo è il jazz non per forza lo stilema musicale. Il dubstep porta il peso, il breakbeat porta il caos, il synth pop porta la melodia quasi disturbante, quella che ti rimane in testa anche quando non vuoi. Abbiamo smesso di chiederci se le cose "andassero insieme" e abbiamo iniziato a chiederci se fossero oneste.
Avete citato pionieri come Jean Jacques Perrey, Bruce Haack e Dick Hyman: cosa vi affascina di quelle sonorità così primitive e sperimentali?
C'è una purezza ingenua in quel tipo di elettronica — stavano costruendo qualcosa senza sapere cosa stava diventando. Nessun riferimento, nessun canone da rispettare. Perrey metteva i suoni come un bambino mette i mattoncini. Haack aveva una visione quasi mistica della macchina come strumento emotivo. Ci affascina quella libertà totale, quella mancanza di paura del ridicolo. Il musicista contemporaneo, parlo per astrazione, è spesso troppo spaventato, ingabbiato e forzatamente consapevole di voler rimanere dentro degli schemi. Loro non lo erano, e per questo suonano ancora freschi.
Il testo prende ispirazione da "Der Fuehrer's Face" di Paperino: perché avete scelto proprio quel riferimento storico e simbolico?
Perché è uno dei documenti più lucidi sul meccanismo del totalitarismo mai prodotti — e viene da un cartone animato del 1943. L'idea che la propaganda sia ridicola, grottesca, quasi comica, ma che ti entri dentro ugualmente — anzi, proprio per quello — ci sembrava perfetta per quello che volevamo dire. Il brainwashing non arriva sempre vestito da minaccia. Spesso arriva ballando.
"Run, run, run" sembra scandire il battito cardiaco del brano. Quanto conta il ritmo narrativo nella vostra scrittura?
Moltissimo. Le parole in JaydeeQ hanno una funzione ritmica prima ancora che semantica. "Run, run, run" non è un invito, è un loop — e il loop è la trappola. Ti fa correre senza chiederti dove. È la stessa meccanica della propaganda, della pubblicità, di certi slogan politici. Ripetiamo finché non suona più come una parola ma come un mantra. E lì sta il senso.
La voce sembra diventare uno strumento percussivo, quasi violento. Che tipo di ricerca avete fatto sul trattamento vocale?
Volevamo togliere alla voce ogni comfort. Niente calore, niente intimità. Abbiamo lavorato su saturazione, distorsione, riverberi tagliati prima che si aprano — la voce arriva e poi sparisce, come un ordine. Abbiamo guardato molto all'industrial, a certi lavori di Alain Jourgensen, ma anche alla spoken word più aggressiva. L'obiettivo era che la voce facesse male, nel senso fisico del termine.
Il videoclip lavora sull'idea di manipolazione e brainwashing attraverso gli schermi catodici. Quanto è importante l'aspetto visivo nell'immaginario JaydeeQ?
L'immagine non illustra la musica, la completa. L'estetica degli schermi catodici, del segnale disturbato, del loop visivo — è la stessa logica del brano: ti mette dentro qualcosa e non ti lascia uscire. Volevamo che guardare il video fosse una piccola esperienza di condizionamento. Consapevole, ovviamente — ma abbastanza scomodo da farti riflettere su quante volte lo subisci senza accorgertene.
"The Flak" anticipa un album molto vario: questo singolo rappresenta l'anima più estrema del disco o è solo una delle sue tante sfaccettature?
È una delle anime, non l'unica. L'album ha momenti molto diversi — ci sono pezzi più oscuri, altri quasi pop nel senso più deviato del termine, altri ancora che giocano con strutture quasi cinematografiche. "The Flak" è l'ingresso: ti prepara a un ascolto che non sarà mai comodamente classificabile. Se aspetti un genere, sei già nel posto sbagliato.

