Carmen Ferrante: intervista per il nuovo singolo “Amore Clandestino”


Con “Amore Clandestino”, Carmen Ferrante affronta il tema delle relazioni tossiche senza cercare scorciatoie narrative o facili assoluzioni. Il brano si sviluppa attorno a una tensione continua tra desiderio di salvezza e bisogno di restare dentro qualcosa che fa male, trasformando il conflitto emotivo in elemento centrale della scrittura.

La canzone lavora soprattutto sulle contraddizioni. Da una parte emerge la consapevolezza del dolore, dall’altra la difficoltà di rinunciare a ciò che, pur distruttivo, continua a rappresentare un punto di riferimento emotivo. Il titolo “Amore Clandestino” sintetizza bene questa dinamica: non si tratta soltanto di un amore nascosto agli altri, ma di un sentimento che viene negato anche a se stessi.
Musicalmente il brano mantiene un equilibrio efficace tra aperture melodiche e momenti più tesi, evitando eccessi drammatici. L’arrangiamento accompagna il testo senza sovrastarlo, lasciando spazio alla componente interpretativa e alla fragilità emotiva della narrazione.

Interessante anche l’immagine degli “angeli”, che introduce una possibilità di protezione e salvezza subito messa in discussione dalla scelta di lasciarsi cadere comunque dentro il rapporto. È proprio in questa ambivalenza che “Amore Clandestino” trova la sua forza: raccontare la lucidità di chi riconosce il dolore ma non riesce – o forse non vuole – separarsene.

“Amore Clandestino” affronta un tema delicato: quanto è importante parlarne oggi?
Parlarne è fondamentale, ma è ancora più importante capire perchè si cade in certe dinamiche. Oggi la TV e i giornali si limitano a riportare la parte più cruda dei fatti, senza mai indagare davvero sulla psicologia delle persone o sulle radici sociali della tossicità. Di riflesso, anche le persone si sono impigrite: è più facile condannare che chiedersi il motivo delle cose.
Con Amore Clandestino ho voluto fotografare un momento preciso della mia vita, un istante in cui so che molti possono rispecchiarsi. L’obiettivo è spingere chi ascolta a guardarsi dentro per capire “i propri perché”, ma senza l'ombra del giudizio. Io sono stata la mia prima giudice di me stessa, ma ho capito che giudicare è inutile, anzi, è controproducente: dovremmo chiederci cosa stiamo cercando di colmare. Spesso ci aggrappiamo a chi ci fa male solo per riempire vuoti nati da traumi irrisolti o da una pressione sociale che ci vuole sempre perfetti, aspetti che purtroppo vengono ancora troppo sottovalutati.

Hai scritto il brano di getto o è stato un processo lungo? Il senso di vergogna di cui parli è ancora un tabù?
Ho scritto il brano di getto, in una sola notte. È stato il resoconto immediato di un momento preciso: quello in cui stavo per uscire da quel circolo vizioso e invece, consapevolmente, decidevo di ricascarci. Il testo trasuda proprio questa contraddizione.
Il “processo lungo” invece, è stato il tempo in cui ho tenuto il brano chiuso in un cassetto: sono passati anni. Mi vergognavo come una ladra, perché sapevo che pubblicandolo avrei subìto il giudizio degli altri. Ho deciso di produrlo solo quando ho raggiunto una piena consapevolezza di me stessa e ne sono uscita definitivamente. Oggi posso dirlo: la vergogna è stata la mia complice più crudele, perché è stata lei a impedirmi di chiedere aiuto in quel momento. Il tabù esiste ancora ed è alimentato da una società che preferisce restare in superficie; le menti sono diventate troppo pigre per affrontare un’analisi psicologica e sociale profonda, rendendo chi soffre ancora più isolato.

Come si traduce questa fragilità nel tuo modo di cantare?
Paradossalmente, non credo che in questo brano si senta una Carmen fragile. Al contrario, credo emerga una Carmen “guerriera”. Anche nel momento in cui scelgo l’inferno, non lo faccio come una persona sconfitta, ma con una consapevolezza feroce. Volevo che la mia voce trasmettesse esattamente questo: la forza di chi attraversa il fuoco per poi rinascere.
Il messaggio che voglio dare è che, nonostante la profondità di una dinamica tossica, non si è mai del tutto perduti e da certe situazioni si può uscire, e se ne esce con una tempra che prima non si sapeva nemmeno di avere.

Il videoclip racconta un amore nascosto: quanto è fedele alla realtà vissuta?
Il video è estremamente fedele alla prigione emotiva che ho abitato e a quel senso di claustrofobia che mi schiacciava quotidianamente. Insieme ai registi — Raffaele Silvestri, Francesco Marullo e Maria Melandri — abbiamo deciso di esplorare il paradosso della “casa”. Per chiunque la casa è il nido, il luogo della cura; per me, in quel periodo, era diventata il perimetro di una cella.
Quelle mura sono il teatro di un amore “nascosto” nel senso più letterale: un luogo dove incontrarsi lontano dagli sguardi di chi (amici, famiglia) percepiva la pericolosità del legame. In questo isolamento, il sesso diventa l'unico linguaggio possibile, l'unico mezzo per colmare quel veleno e restare aggrappati l'uno all'altra. E soprattutto, nel video, la vittima è protagonista di una costante ricerca di presenza emotiva, che però riceve solo assenza. È proprio in questo scarto, in questo continuo rincorrere un fantasma, che si consuma la tragedia silenziosa di “Amore Clandestino" .

Cosa speri che arrivi a chi si riconosce in questa storia?
A chi si riconosce in questa storia spero arrivino due cose: la forza di non giudicarsi e quella di reagire. Se ne può uscire, ma il primo passo è smettere di essere i propri aguzzini. Viviamo in un’epoca che ci rende estremamente fragili, e quando siamo vulnerabili è facile cadere in dinamiche malate; per questo è fondamentale conoscersi a fondo. Bisogna lavorare sulla propria serenità e imparare a volersi bene davvero. Perché quando arrivi a quel tipo di amore per te stessa, accade qualcosa di magico: allontani automaticamente ciò che ti distrugge. Non lo fai per rabbia, ma per protezione: scegli la tua pace perché capisci che è il bene più prezioso che hai.

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