Ciao Piergiuseppe, benvenuto. Ti va di presentarti ai nostri lettori attraverso il tuo alter ego Pete Jersey?
Pete Jersey per me è simbolo di rinascita e cambiamento, quella figura che coglie sensazioni personali e stati emotivi delle persone per comunicarli attraverso la propria musica, così che chi la ascolta ci si possa riconoscere direttamente e percepire messaggi di speranza.
Il tuo percorso musicale è iniziato presto, passando dallo studio di chitarra e pianoforte fino al canto. Com’è nata questa esigenza di trasformare lo studio in un obiettivo professionale?
L'esigenza è nata andando incontro a tematiche urgenti e delicate come la dipendenza affettiva, la solitudine interiore ed il modo in cui viviamo le connessioni sociali; prospettive anche autobiografiche, in quanto figlio di un'intera generazione che ne risente.
Nelle tue produzioni si avverte l'influenza della West Coast anni '80 e di icone come Michael Jackson. Come riesci a far convivere questi riferimenti con il pop italiano tradizionale?
Grazie alla sinergia con il mio team di produzione e in particolare Marco Iacobini, produttore e direttore artistico del progetto, ho la possibilità di rendere omaggio a questi riferimenti e dare una propria versione della musica pop italiana.
Lavori a stretto contatto con Marco Iacobini. Ci racconti come prendono forma le tue canzoni all'interno del vostro team di produzione?
È il punto di riferimento che mi ha aiutato a trasformare stati emotivi personali in testi e musica. Grazie al lavoro a stretto contatto con Marco Iacobini, posso usufruire della sua conoscenza ed esperienza sul suolo americano e curare tutti i dettagli delle canzoni, portandole ad un livello compatibile col mondo intero.
Il titolo del tuo progetto, "Storie d’annate", nasce osservando lo scollamento dalla realtà dei giovani d’oggi. Qual è il tuo sguardo critico sul panorama musicale e sociale attuale?
Mentre il panorama musicale è pieno di interpretazioni, com'è giusto che sia, quello sociale vive nella completa incertezza delle cose, o nella falsa certezza di esse. Si preferisce vivere i rapporti da dietro uno schermo, innamorandosi di un'idea da noi stessi creata, rassegnati da una realtà in cui si ha paura di esporsi e in cui l'amore viene subìto e non vissuto, lasciandoci nell'llusione che le nostre idee possano farci sentire meglio.
Dal 24 aprile è fuori "Via". Il brano affronta la dipendenza affettiva: cosa ti ha spinto a trasformare un'esperienza così personale in un messaggio universale e che feedback stai ricevendo?
Lo scopo della mia musica è proprio quello di aiutare il prossimo a riconoscersi in messaggi universali, indipendentemente dal fatto che si tratti di stati emotivi personali, di connessioni metaforiche, vissute lontano dall'ordinario, o di esperienze di altri.
Sapere che nel profondo facciano tutti parte di questo immaginario collettivo ed hanno modo di riconoscersi nei testi, è il primo bel feedback che sento di condividere.
Sappiamo che "Come due acrobati" e "Via" anticipano un progetto più ampio. Cosa puoi svelarci sull'album "Storie d’annate"?
"Storie D'Annate " sarà un'esperienza vasta nel genere e con tematiche fedeli al titolo. C'è spazio per piangere, sorridere, ballare, riflettere sui momenti di solitudine e vibrare sulle sonorità dei brani. Un viaggio collettivo che parte da ognuno di noi.

