Nudapietra, quando la tensione diventa linguaggio sonoro: intervista alla band


“Nudapietra”, esordio della band pubblicato da Overdub Recordings, è un lavoro che rifiuta l’urgenza e sceglie una costruzione lenta e meditativa. Il disco si sviluppa attraverso progressioni graduali, dove riff insistenti, stratificazioni sonore e atmosfere sospese costruiscono una tensione costante. Tra momenti più rarefatti e aperture melodiche controllate, la band dimostra una scrittura consapevole, capace di alternare densità sonora e passaggi più fragili. Il risultato è un debutto coerente e compatto, che trova nella ripetizione, nella pressione sonora e nel controllo delle dinamiche la propria cifra identitaria.

Le vostre influenze spaziano dal prog alla psichedelia fino allo stoner. In che modo queste anime convivono in “Nudapietra”?
L'idea è sempre stata quella di fare stoner con varie aperture più psichedeliche e ambientali; poi, durante la stesura dei pezzi, ci siamo lasciati guidare dal nostro gusto che spesso ci ha portato in direzioni impreviste e che abbiamo cercato di amalgamare al resto. 

Quanto è stato importante il passaggio da trio a quartetto per definire il suono del disco?
L’ingresso del basso è stato fondamentale, perché ha permesso di arricchire il sound, non solo dandogli spessore, ma anche permettendoci di differenziare maggiormente le frasi di chitarra ottenendo così incastri più efficaci.

“Madonna dei Veggenti” e “Oumuamua” sembrano dilatare lo spazio sonoro: lavorate prima sulle atmosfere o sulle strutture?
Tutto nasce generalmente da un riff o una frase che troviamo stimolante e che codifica un po' l'atmosfera generale del brano, poi cerchiamo di svilupparla il più possibile lavorando sulla struttura. Ti direi quindi che mentre l'atmosfera è il “LA” che fa partire il processo creativo, la struttura determina tutte le variazioni di atmosfera successive che vengono scritte e organizzate sulla base della struttura stessa.

L’uso dell’italiano nei testi è una scelta identitaria o naturale?
Forse siamo più sbilanciati sull’identitaria. Quando abbiamo fondato il gruppo eravamo indecisi tra italiano e inglese; ha vinto l’italiano perché ci sembrava che potesse veicolare meglio la nostra poetica, anche se ci rendevamo conto che nel nostro genere poteva costituire un po’ un limite. Non ce ne siamo pentiti.

La copertina è minimale ma intensa: rispecchia la vostra idea di essenzialità compositiva?
A livello visivo eravamo tutti d’accordo nello scegliere un’immagine essenziale, d’impatto. In effetti rispecchia il nostro riffing, e se vogliamo anche il nostro insistere su passaggi martellanti e quasi ripetitivi.
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