Massimo De Simone: «La mia musica è un’alchimia che trasforma le crepe umane in canzoni»


Ci sono artisti che scelgono la musica come un abito e altri che la vivono come una seconda pelle, un mezzo necessario per decodificare il reale. Massimo De Simone appartiene indubbiamente a questa seconda rara specie. Compositore, pianista dall'età di sei anni e autore raffinato, De Simone ha costruito negli ultimi vent'anni un percorso artistico solido e indipendente, muovendosi con naturalezza tra il pop-rock d'autore, il teatro musicale (con opere complesse come Ipazia) e le colonne sonore. La sua è una costante ricerca di "alchimie musicali": un viaggio in cui la densità dei testi della grande scuola italiana incontra la visione del rock progressivo e la potenza evocativa della musica per immagini.

In occasione dell'uscita del suo nuovo singolo, "Nonostante tutto e tutti" — in radio dal 22 maggio —, abbiamo fatto una lunga ed emozionante chiacchierata con il cantautore romano. Un dialogo intimo e disarmante che ci svela il dietro le quinte del suo processo creativo, sospeso tra filosofia e astrofisica, e ci offre un'anteprima esclusiva sui suoi prossimi progetti discografici in arrivo a luglio e settembre 2026.

Ciao, presentati ai nostri lettori. Ti muovi tra il pop-rock, il teatro musicale e la musica per immagini, e ami definire la tua arte come una costante ricerca di "alchimie musicali": chi è Massimo De Simone oggi?
Ciao! È un piacere essere qui con voi.
Se dovessi definire chi è Massimo De Simone oggi, direi che sono un esploratore che ha smesso di cercare risposte solo sui libri o tra le stelle, e ha iniziato a cercarle — e a trovarle — nel battito del proprio respiro.
Ho passato vent’anni a masticare musica: dai pianobar fumosi dove impari la disciplina del "leggere" il pubblico, fino alla magia complessa e collettiva del teatro musicale. Quel bagaglio oggi è la mia bussola. Mi muovo tra il pop-rock, la scrittura teatrale e la musica per immagini, ma non sono compartimenti stagni: per me sono tutte facce dello stesso prisma.
Amo definire la mia arte una ricerca di "alchimie musicali" perché, in fondo, quello che faccio è cercare di trasformare il piombo delle esperienze quotidiane — il dolore, la resilienza, la fatica di essere umani — nell'oro di una melodia. Credo che la musica abbia il potere unico di far collidere due mondi: quello microscopico, intimo, fatto di dubbi e battiti cardiaci, e quello macroscopico, vasto, che ci lega alle leggi dell'universo.
Oggi sono un artista che ha capito che essere fragili è la forma più alta di forza. Con il mio nuovo singolo, Nonostante tutto e tutti, ho voluto spogliarmi di ogni filtro, cercando di creare quel "ponte emotivo" tra la filosofia e il cuore che sento essere la mia vera casa.
In breve? Sono un cantautore che crede che la musica sia un atto di resistenza. Sono qualcuno che costruisce "motori a stringhe di energia" per viaggiare tra la solidità della terra e l'infinito, e che cerca, nota dopo nota, di ricordarsi — e ricordare a chi mi ascolta — che siamo tutti profondamente connessi.

Come e quando ti sei avvicinato alla musica? Lo studio del pianoforte fin da piccolissimo ha indubbiamente segnato il tuo percorso: come si è evoluto quel legame originario fino alla scrittura cantautorale?
La musica non è stata una scelta, è stata la mia lingua madre. Ho iniziato a studiare pianoforte praticamente quando ho imparato a camminare; le tastiere sono diventate, fin da bambino, un prolungamento naturale delle mie mani, il luogo dove i miei pensieri smettevano di essere confusi e diventavano suoni.
Per anni, il pianoforte è stato il mio campo di addestramento: rigore, tecnica, spartiti classici da interpretare. Ero un esecutore. Ma quell'approccio accademico, per quanto fondamentale, a un certo punto è diventato "stretto". Sentivo che suonare le note scritte da qualcun altro non bastava più a contenere tutto ciò che avevo dentro.
Quella che era una disciplina rigida si è trasformata in un atto di libertà. Ho capito che il pianoforte non doveva più limitarmi, ma "ascoltarmi". Da piccolo cercavo la perfezione tecnica; oggi cerco la verità.
Il legame si è evoluto così: il bambino che studiava le scale è cresciuto, ha vissuto il peso della via, la bellezza del teatro e le vertigini dell'astrofisica, e ha riportato tutto sui tasti. Oggi, quando mi siedo al pianoforte, non sto più solo suonando: sto conversando con me stesso. È un dialogo ininterrotto tra quello che sono stato e quello che cerco di diventare, ogni volta che una nuova melodia prende forma sotto le mie dita.

La tua cifra stilistica è molto ricca e sfaccettata. Chi sono i tuoi artisti o compositori di riferimento, sia all'interno della grande melodia italiana che nel mondo del rock classico o delle colonne sonore?
La mia musica è un mosaico, un puzzle costruito con i frammenti di tutto ciò che mi ha emozionato, sconvolto o fatto riflettere. Non credo nei confini rigidi tra i generi: per me, una bella melodia resta tale, a prescindere che sia sostenuta da un’orchestra, da una chitarra elettrica o dal timbro vibrante di un sintetizzatore.
Guardando in casa nostra, alla grande scuola della canzone d’autore, Fabrizio De André è per me un faro costante: la sua capacità di elevare il racconto a poesia, mantenendo intatta un’umanità al tempo stesso brutale e sublime, è un punto di riferimento imprescindibile. E poi c’è Lucio Dalla, dal quale ho imparato il coraggio di osare, la libertà di far convivere l'ironia più spiazzante con la profondità metafisica. Ma nel mio pantheon personale trovano posto, con pari intensità, artisti immensi come Battisti, Baglioni e Battiato.
Oltre i nostri confini, il mio cuore batte per il rock classico, quello che ha cambiato il volto della musica. I Pink Floyd sono stati la mia prima, vera "scuola di visione": mi hanno insegnato che un album non è solo una sequenza di brani, ma un viaggio, un'esperienza sensoriale in cui il suono si fa spazio, atmosfera, architettura. Il loro modo di indagare temi come l'assenza, il tempo e la follia è ciò a cui aspiro ogni volta che scrivo un brano che parla di astrofisica o di esistenzialismo. E, naturalmente, ho sognato con i Queen, con la loro ineguagliabile capacità di mescolare il teatro alla potenza rock.
Infine, c’è il mondo delle colonne sonore. Per me, ogni musica è "musica per immagini": anche quando scrivo un brano pop, nella mia mente proietto sempre un film. In questo senso, Ennio Morricone resta il genio elegante per eccellenza, capace di intuizioni melodiche folgoranti che si imprimono nell'inconscio per non lasciarti più. Allo stesso modo, guardo a Hans Zimmer per la sapienza nel costruire tappeti sonori e per quel senso di grandiosità epica che cerco di infondere nei miei lavori.
In sintesi, la mia musica nasce dall'incontro tra la densità dei testi italiani, la potenza visionaria del rock progressivo e la capacità evocativa delle colonne sonore. Cerco di tenere tutto questo in equilibrio precario, come un funambolo, inseguendo costantemente quel punto esatto in cui la melodia incontra il brivido dell'ignoto.

Come nascono le tue canzoni? Spesso i tuoi testi nascono da analisi sociologiche, dalla filosofia, ma anche da suggestioni scientifiche e leggi fisiche applicate ai sentimenti umani. Segui un metodo preciso quando ti siedi al pianoforte?
Non ho un metodo da "orologio svizzero". Se mi mettessi al pianoforte aspettando che la perfezione arrivi da sola, probabilmente rimarrei in silenzio per anni. La mia scrittura è molto più disordinata, quasi un lavoro di scavo archeologico.
Spesso tutto parte da un’anomalia: una notizia che leggo, un concetto di astrofisica che mi folgora — magari il modo in cui una stella collassa — o una riflessione filosofica sulla precarietà dell’essere. Mi chiedo sempre: "Come posso tradurre questa legge dell’universo in una stretta allo stomaco?". Se riesco a trovare il parallelo tra la fisica e la carne, allora ho il seme della canzone.
Quando mi siedo allo strumento, cerco di non "costruire" subito. All'inizio lascio che le mani parlino per me. È una fase molto fisica, istintiva. Cerco un’armonia che mi dia una sensazione precisa, un colore. Spesso, il testo arriva in un secondo momento, come un'urgenza che riempie quello spazio sonoro. È come se la melodia fosse l’architettura di una stanza e le parole fossero i mobili che devo disporre per far sì che chi entra si senta accolto, turbato o compreso.

Direi che il mio metodo si basa su tre pilastri:
1. L'osservazione: Tengo sempre accesa l'antenna. La sociologia, la scienza o un libro di filosofia sono il "carburante" che dà sostanza alla visione.
2. L'abbandono: Al pianoforte cerco di spegnere la mente razionale. Se sto troppo a pensare alla tecnica, perdo l'emozione. La tecnica deve essere al servizio della verità che sto cercando di svelare.
3. La sottrazione: La parte più difficile viene dopo. Inizio con troppe note, troppi concetti, troppa enfasi. Poi, piano piano, tolgo il superfluo. Voglio che la canzone arrivi all'osso, che sia nuda, proprio come quando ci troviamo davanti a un grande interrogativo dell'universo.
In fondo, scrivere per me è questo: prendere qualcosa di immenso — il mistero del tempo, la forza di gravità, la solitudine dell'uomo — e renderlo intimo, gestibile, trasformandolo in una melodia che ti possa consolare durante un viaggio in macchina o un momento di crisi.

Cosa ne pensi del panorama musicale odierno? Tu che mantieni un'identità indipendente e solida, attenta ai contenuti spirituali e sociali (come quando nel 2022 con Il Soave Assolo hai voluto spiegare la guerra a un bambino), come vedi l'attuale mercato discografico?
Il mercato discografico oggi assomiglia a un oceano in tempesta: vastissimo, vorticoso, dove spesso è facile perdere l'orientamento. Viviamo nell’era dell’algoritmo, dove la musica rischia di diventare un prodotto di consumo rapido, qualcosa da "scrollare" via. La velocità è diventata il metro di giudizio dominante e questo, per chi come me cerca di scavare nel profondo, è una sfida quotidiana.
Però, non vorrei essere troppi pessimista. Credo che questa stessa frammentazione offra un’opportunità inedita: l'ascoltatore, oggi più che mai, ha fame di verità. In mezzo al rumore di fondo, quando qualcuno ha il coraggio di fermarsi e dire qualcosa che abbia davvero un peso — che sia una riflessione sociale, un’analisi filosofica o, come nel caso de Il Soave Assolo, il tentativo quasi impossibile di spiegare l'orrore della guerra con la delicatezza di una favola per un bambino — la gente risponde. La bellezza non è passata di moda, è solo diventata più difficile da intercettare.
Il mio percorso, fatto di indipendenza e di una cura quasi artigianale per i contenuti, è una scelta di resistenza. Non mi interessa compiacere l'algoritmo o scrivere brani che abbiano la "durata di vita" di un post sui social. La mia sfida è restare fedele a quella "scintilla spirituale" di cui parlavamo. Quando ho scritto Il Soave Assolo, il mio obiettivo non era il successo commerciale; era colmare un vuoto di senso, era offrire una chiave di lettura umana a una tragedia che ci lasciava tutti sgomenti.
Oggi il mercato sembra premiare chi urla di più, ma io continuo a credere nel valore del sussurro. Credo che ci sia ancora spazio per una musica che faccia pensare, che si prenda il tempo di essere complessa, che tratti l'ascoltatore come un individuo senziente e non come una statistica.
L’indipendenza, certo, ha un costo alto: richiede fatica, richiede di costruire il proprio pubblico un mattone alla volta, senza scorciatoie. Ma ti dà un dono immenso: la libertà totale. La libertà di essere coerenti, di non dover snaturare la propria "alchimia" per stare dentro a un format radiofonico di pochi secondi.
Per me, fare musica significa ancora contribuire alla trama collettiva dell'umanità. Se in mezzo a questo mare digitale, una mia canzone riesce a fermare il tempo per qualcuno, a fargli sentire che non è solo nelle sue paure o nelle sue speranze, allora ho vinto io, nonostante tutto.

Parliamo del tuo nuovo singolo, "Nonostante tutto e tutti", disponibile dal 15 maggio sulle piattaforme e dal 22 in radio. È un brano che celebra il coraggio di perdersi negli occhi di chi si ama per ritrovarsi. Come è nato? E che riscontro sta avendo con il pubblico e la critica in queste prime settimane di rotazione?
Nonostante tutto e tutti è nata in una di quelle notti in cui il silenzio intorno diventa così assordante che l'unica via d'uscita è mettere nero su bianco quello che senti dentro. È un brano che ho scritto di getto, quasi come se avessi bisogno di liberare un peso. Nasce da una riflessione molto semplice, ma profondamente viscerale: viviamo in un mondo che corre sempre, che ci vuole performanti, corretti, inquadrati. E in tutto questo caos, a volte, dimentichiamo che la vera ancora di salvezza è la capacità di "perdersi".
Perdersi negli occhi di chi amiamo non è un segno di debolezza, è un atto di coraggio estremo. È ammettere che, per quanto forti possiamo sentirci, abbiamo bisogno di uno specchio umano in cui guardarci per capire chi siamo davvero. È la resa totale che diventa ritrovamento.
Per quanto riguarda l'accoglienza, ti dico la verità: sono emozionato e grato.
Il pubblico: ricevere chiamate, leggere i messaggi di chi mi ha ascoltato è il regalo più grande. La musica ha senso solo se crea un ponte, e con questo singolo sento che quel ponte è solido. Molti mi raccontano di aver trovato in queste note una sorta di conforto, un "porto sicuro" in cui fermarsi un attimo a respirare.
La critica: anche gli addetti ai lavori stanno reagendo con estrema sensibilità. Ho letto recensioni che hanno colto esattamente quella sfumatura di fragilità che volevo trasmettere. È una canzone che ha una spinta positiva, una voglia di resistere e di scegliere l'amore, nonostante le interferenze esterne.
In queste prime settimane di rotazione, sento che la canzone ha iniziato a camminare con le sue gambe. Non è più "mia", appartiene ormai a chiunque decida di darle un ascolto. Ed è esattamente dove volevo che arrivasse.

Hai dichiarato che questo pezzo spiega perfettamente "perché" scrivi, ovvero per celebrare la vita e la capacità umana di rigenerarsi. Ci sarà un album in arrivo che raccoglierà questa urgenza espressiva? Cosa ci puoi anticipare al riguardo sui tuoi prossimi progetti?
Hai colto esattamente nel segno! Sai, scrivere per me non è un vezzo da intellettuale, è più una questione di sopravvivenza, un po’ come mangiare o respirare. È il mio modo tutto particolare per fare pace con il mondo: celebro la vita anche quando decide di farmi qualche graffietto, perché credo fermamente che noi umani siamo come lucertole — abbiamo un talento pazzesco per cambiare pelle proprio quando pensiamo di aver finito le batterie!
Nonostante tutto e tutti è il manifesto di questo mio nuovo viaggio e sì… sto cucinando due nuove chicche musicali.
Per la prima preparatevi a volare! Un brano vi porterà nello spazio profondo a bordo della nostra astronave Terra, mentre l’altro vi farà fare un salto nel tempo... semplicemente dondolandovi su un’altalena.
Per la produzione sono circondato da grandi musicisti: voglio che possiate sentire il calore del legno delle chitarre, il fiato che si spezza e persino quegli "errori" che, alla fine, sono proprio i dettagli che rendono tutto più autentico. Ci abbiamo messo un amore infinito. Segnatevi le date: il primo brano arriva a luglio 2026, il secondo vi terrà compagnia a settembre 2026.
Sto già scaldando i motori per i live! L'idea è quella di mettermi in viaggio con un tour che raccoglierà finalmente tutti i miei "figli" — siamo arrivati a circa venti brani pubblicati, una bella brigata di canzoni che non vedono l'ora di saltare fuori dalle casse e prendersi il palco insieme a voi. 


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