“La tentazione di esistere”, i Varanasi trasformano il dubbio in musica

 


Tra tensione esistenziale, suggestioni letterarie e atmosfere sospese tra shoegaze e dream pop, i Varanasi tornano con “La tentazione di esistere”, un brano che trasforma il senso di smarrimento davanti all’inconoscibile in un’esperienza sonora intensa e immersiva. Il titolo, ispirato a un celebre saggio di Emil Cioran, diventa il punto di partenza per una riflessione che attraversa inquietudine, desiderio di comprensione e ricerca di una possibile pacificazione interiore.

Costruita come un percorso emotivo che evolve dal minimalismo rarefatto a esplosioni più accese e appassionate, la canzone accompagna l’ascoltatore dentro un paesaggio sonoro in continua trasformazione, dove ogni elemento sembra muoversi tra oscurità e luce. Le chitarre dilatate, il ritmo magnetico ed essenziale e la continua tensione tra malinconia e bellezza confermano la capacità dei Varanasi di creare brani capaci di lasciare spazio all’immaginazione e alla sensibilità personale di chi ascolta.

In questa intervista per Effetto Musica, i Varanasi raccontano la nascita del singolo, le influenze filosofiche e artistiche che ne hanno accompagnato la scrittura e il lavoro sui suoni che definisce l’identità emotiva del brano.

Il titolo “La tentazione di esistere” sembra quasi una provocazione filosofica: come è nato?
È il titolo di un saggio di Cioran. La canzone ha come ispirazione una scena di Watchmen di Alan Moore, ma per il ritornello c'era nell'aria quel titolo, prima ancora di leggere il saggio. È stato piacevole trovarci poi delle corrispondenze.

Nel brano emerge un senso di smarrimento davanti all’universo. La musica può aiutare a dare un senso a ciò che non comprendiamo?
La musica possiede questa meraviglia indefinibile, che non si lega a un significato preciso e permette di stimolare l'immaginazione infinitamente; agisce immediatamente sull'anima. Nel caso della canzone accompagna come un balsamo la finitezza di fronte all'inconoscibile, e, si spera, una possibile pacificazione.

Le atmosfere fredde e sospese ricordano certi scenari shoegaze e dream pop: come avete lavorato sui suoni?
Abbiamo cercato di accompagnare con i suoni la struttura del brano, che procede come un racconto: da un'atmosfera rarefatta si passa a un momento di rottura e poi infine a una risoluzione più appassionata. Dal freddo al caldo, dal nero al rosso, dall'oscurità alla luce.

Il ritmo del pezzo è essenziale ma molto magnetico. Quanto conta la sottrazione nella vostra scrittura?
Il nostro approccio di base è sempre stato minimale. Poi, dato che ci piace spaziare, abbiamo sempre avuto una quota di brani più ricchi, con più elementi. Nel tempo abbiamo lavorato e cercato di migliorare la nostra capacità di dosare gli elementi e sulla dinamica.

Nei vostri brani convivono malinconia e ricerca di bellezza: è una forma di resistenza emotiva?
È più un approccio estetico; forse c'è anche una componente inconscia che ci spinge verso certe direzioni. In tutte le opere musicali del passato che ammiriamo questi due aspetti li ritroviamo pienamente.

Cosa vi aspettate che resti all’ascoltatore dopo aver ascoltato questo singolo?
Speriamo che sia colpito in qualche modo, che abbia voglia di riascoltare il brano e di farlo crescere nel tempo. Non abbiamo il controllo su quello che succede a chi ascolta la nostra musica, e ci piace l'idea che possano esserci reazioni diverse.
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