Il manager che scrive di notte: Tommaso si racconta tra algoritmi, cantautorato e "Principesse perse"


Cosa succede quando l'efficienza metodica del settore Tech incontra la vulnerabilità della penna cantautoriale? Succede che nasce un percorso artistico unico, capace di muoversi tra piani industriali e canzoni d'autore.

A tredici anni dal suo album d'esordio rimasto a lungo nel cassetto, Tommaso è tornato sulla scena musicale guidato da una nuova maturità, personale e artistica. Con il suo ultimo singolo, "Principesse perse" (uscito l'8 maggio), ci trascina in un viaggio sonoro travolgente che unisce ritmi funky, house e latini a una lucida critica sociale sulla frenesia e sulle maschere della vita moderna.

Noi di Effetto Musica lo abbiamo incontrato per capire come convivono le sue due anime, come si impara dai "giovani grandi" della scena contemporanea e cosa significa, oggi, difendere la forza del messaggio musicale senza paura degli algoritmi.

Ciao Tommaso, benvenuto su Effetto Musica. Nella vita di tutti i giorni sei un manager d’azienda nel settore Tech, ma di notte ritrovi la tua dimensione cantautoriale. Ti va di presentarti ai nostri lettori e raccontarci come convivono in te queste due anime così diverse?
Ciao e grazie per l’ospitalità. Potrei banalizzare dicendo che di giorno faccio il manager e di notte torno alla scrittura e al canto. La verità è che le due anime convivono perché si somigliano più di quanto sembri: in entrambe si percepisce il mio essere, con lo stesso bilanciamento di “bene” e “male”. Mia moglie dice che io non sono uno, ma molti, e che a volte ci trova anche a discutere tra noi. Però il cantautore si affida costantemente alle capacità organizzative del manager e il manager si affida all’estro dell’artista per trovare soluzioni a problemi non già schematizzati.

Sappiamo che nel 2011 hai registrato un album, "Solo un’utopia", che è rimasto nel cassetto per oltre dieci anni, e che il tuo percorso è ripartito anche grazie all'ispirazione per la nascita di tua figlia. Come e quando si è riaccesa definitivamente la scintilla per la musica?
Più che una scintilla è stata una somma di accensioni. La nascita di mia figlia ha portato “La Nascita di Giancamilla”, che è stata il primo segnale concreto del ritorno alla scrittura: diventare padre ti costringe a guardarti dentro e a chiederti cosa vuoi davvero lasciare. Poi è arrivato “37 e mezzo”, che è diventato il manifesto di questa nuova fase: la crisi di mezza età come stato febbrile da cui ripartire. E in mezzo c’è stata una decisione molto pratica: pubblicare online “Solo un’utopia” dopo oltre dieci anni nel cassetto. Sembra un gesto piccolo, ma togliermi quel peso mi ha dato la spinta per ricominciare con serenità. Non avrei più scritto nulla di nuovo, credo, se prima non avessi liberato lo spazio occupato da quello che non avevo avuto il coraggio di pubblicare.

Nelle tue influenze citi un arco teso che va dal metal dei Manowar fino al grande cantautorato italiano. Chi sono oggi i tuoi artisti di riferimento e come si riflettono in quello che scrivi?
Mi riesce sempre difficile soffermarmi su qualcuno. Ho recentemente citato Gino Paoli, ma più per omaggiare la sua recente scomparsa che non perché spicchi come presenza nella lista delle mie influenze. In questo momento sto “studiando” dai “giovani grandi”: Ultimo, Olly, Alfa, Bresh, Jvli. Sono artisti che mi interessano perché stanno riscrivendo le regole del cantautorato italiano contemporaneo senza rinunciare a dire qualcosa. Ultimo ha trasformato la fragilità in una lingua condivisa da una generazione; Olly e Alfa hanno una capacità di scrittura pop che è memorabile senza essere banale; Bresh tiene insieme cantautorato e suoni urban con un’eleganza rara; Jvli, dietro le quinte, sta producendo e scrivendo con autori diversissimi tirando fuori il meglio da ognuno, e questa cosa mi affascina particolarmente. Non vorrei “imitarli”, ma li ascolto con attenzione e curiosità perché parlano al mio io più giovane, riuscendo a intercettare le mie corde pur appartenendo a generazioni differenti.

Nelle tue canzoni usi spesso immagini quotidiane per toccare corde profonde (pensiamo anche a "37 e mezzo"). Come nascono i tuoi pezzi? C'è una routine o ti lasci guidare dall'ispirazione del momento?
Le mie giornate non lasciano molto spazio alla classica “routine creativa”. Scrivo nei ritagli: tra una riunione e l’altra, la sera dopo che mia figlia si è addormentata, qualche volta in viaggio. “Su pezzi di carta trovati qua e là” come la Iris di Biagio Antonacci. Il punto di partenza è quasi sempre un’osservazione: qualcosa che ho visto, una conversazione, una contraddizione che mi è rimasta dentro. Da lì parte un verso, poi un’immagine, e solo dopo arriva la musica. Quello che cerco di fare, sempre, è nascondere nei testi diversi piani di lettura. Mi piace l’idea che qualcuno possa ballare “Principesse Perse” senza pensarci troppo e qualcun’altro possa fermarsi a rifletterci sopra. Se ci riesco, è la vittoria più grande. Se non ci riesco, almeno ho provato a non banalizzare.

Il tuo background ti permette di osservare il mercato musicale anche con l'occhio analitico del manager. Cosa ne pensi del panorama odierno, spesso accusato di cercare la viralità a tutti i costi sacrificando il contenuto?
Su questo preferisco essere cauto: il panorama musicale italiano è popolato da professionisti molto più esperti di me, e non mi sento di emettere giudizi dall’esterno. Quello che posso dire, da osservatore che è anche un piccolo operatore del settore, è che la viralità non è un male in sé: è uno strumento. Diventa un problema quando smette di essere un mezzo per far arrivare un contenuto e diventa l’unico contenuto. Personalmente accetto di piegarmi alle logiche radiofoniche e algoritmiche nella struttura di un brano, perché la memorabilità è la cassa di risonanza del messaggio; ma cerco di non rinunciare al messaggio stesso. Mi piace poter sperare che anche uno sconosciuto non più giovanissimo, senza talent e senza spinte particolari, con il brano giusto e un po’ di fortuna, possa ancora ambire a farsi ascoltare. Finché questa possibilità esiste, il sistema non è rotto. 

Il tuo nuovo singolo, "Principesse perse", è uscito l'8 maggio. È un brano che unisce un sound travolgente (latino, funky, house) a una forte critica sociale sulla frenesia della "city" e sulle maschere moderne. Come è nato questo contrasto e che riscontro stai avendo dal pubblico in radio e sulle piattaforme?
Il contrasto è nato dalla voglia di tenere insieme gli opposti: una musica positiva e ballabile che però contenesse una critica sociale vera. Il tema che mi premeva di più, e che continua a premermi, è quello della divisione. C’è una ricerca costante e quasi ossessiva del contrasto tra visioni opposte, esasperata fino al limite. Possibile che non si riesca mai a trovare qualcosa su cui essere d’accordo? Possibile che non esista mai una comunità d’intenti? Ho l’impressione che questo, alla lunga, si trasformi in uno strumento di controllo: dividere serve a impedire il pensiero. “Principesse Perse” parte da lì e prova a rispondere con un “siamo”: siamo tutti principesse perse, senza distinzioni di età, sesso o appartenenza. Quanto al riscontro, ci sono segnali positivi, ma non voglio definirmi “soddisfatto”: non mi voglio accontentare. Spero che possa continuare a crescere, anche grazie al supporto anche inaspettato di persone che stanno facendo tanto per queste “Principesse Perse”.

Dopo i singoli che hanno segnato questo tuo nuovo corso artistico, ci sarà un album in arrivo? Cosa ci puoi anticipare sui tuoi prossimi passi in studio?
In questo momento le risorse che ho a disposizione mi permettono di lavorare un singolo alla volta, e devo essere onesto su questo: un album è una scelta industriale prima ancora che artistica, e oggi non avrei modo di promuoverlo come meriterebbe. L’“album” che contiene questi brani è quello metaforico della mia attività artistica, e capirò da “Principesse Perse” quale potrà essere il prossimo capitolo. L’obiettivo dichiarato è arrivare ad autofinanziare la mia produzione in modo costante: è un sogno concreto, misurabile, e ci sto lavorando passo dopo passo. Nel frattempo, se volete accelerare il processo, sapete cosa fare: ascoltate, riascoltate e spammate “Principesse Perse”.

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