Ci sono cover che cercano di restare fedeli all’originale e altre che scelgono di percorrere una strada differente. “Sweet” appartiene alla seconda categoria. Tony Fortunato parte dal brano di Leighton Meester, ma ne modifica l’atmosfera, affidandosi alla voce di Abigail Bignell e a una produzione che gioca soprattutto con spazi, profondità e cambi di intensità.
L’inizio è essenziale, quasi trattenuto. Poi il suono si allarga. Le chitarre accompagnano senza occupare troppo spazio, mentre l’E-bow introduce una componente più sognante e contribuisce a creare quel senso di sospensione che attraversa l’intera reinterpretazione.
La costruzione graduale permette alla canzone di cambiare volto durante l’ascolto: dalla delicatezza delle prime battute si arriva a un finale più pieno e deciso, senza perdere l’equilibrio iniziale. Ne viene fuori una “Sweet” diversa, collocata tra dream pop e indie, in cui l’elemento più riuscito non è tanto la distanza dall’originale quanto la scelta di darle una nuova atmosfera.
Da produttore cerco sempre di partire da una visione d’insieme, pur iniziando da un singolo elemento. Nonostante io deleghi la scrittura dei testi e delle top line ai miei collaboratori, immagino già dove andrà a collocarsi la voce, come si svilupperà la dinamica e quali strumenti faranno parte del brano - quando e dove.
Nel caso di “Sweet”, sapendo cosa aspettarmi a livello di melodia e testo, ho deciso deliberatamente come ristrutturare la traccia, ricercando un equilibrio tra un approccio corale - in cui voce e strumenti si intrecciano - e momenti in cui la produzione si fa più rada per lasciare la voce di Abigail del tutto libera di esprimersi e dare la sua personale interpretazione.
Cambia profondamente, perché l’ascolto si fa più strategico e si sviluppa in due momenti distinti: prima e dopo l’arrivo delle tracce vocali.
In fase di arrangiamento, cerco di lasciare il maggior spazio possibile alle voci senza però rinunciare alle mie esigenze espressive. Nella seconda fase, una volta integrate le voci, l’ascolto diventa ancora più analitico: qui agisco per sottrazione non solo a livello di strumentazione, ma anche di volumi, effetti e frequenze. Lavoro molto con le automazioni per scolpire il suono, decidendo cosa deve emergere e cosa deve fare un passo indietro per restare di sottofondo e creare atmosfera, a seconda della sezione del brano.
Quanto è importante, per un produttore, saper rinunciare alla tentazione di riempire ogni spazio?
Analizzando il mio percorso, credo che saper lasciare spazio sia sinonimo di maturità. Ho imparato che, per quanto una composizione si possa arricchire all’infinito, la vera sfida sia mantenere un equilibrio affinché il brano risulti sempre arioso e leggero. Aggiungere elementi è sicuramente un’arte - perché bisogna farlo senza affollare l’arrangiamento - ma saper porre un limite è ciò che evita di appesantire la produzione, dando davvero valore a ciò che resta.
È una costruzione basata su un’evoluzione dinamica e continua: non c’è nessuna sezione che sia la semplice copia di quella precedente, nemmeno i versi e i pre-chorus, che presentano sempre piccole variazioni nei layer e negli interventi strumentali.
L’intimità della prima parte si preserva mantenendo l’arrangiamento leggero in apertura, mettendo la voce e le parti di E-bow al centro del quadro. Da lì, il brano inizia a stratificarsi: a partire dal secondo post-chorus la sezione ritmica diventa più piena e incisiva, fino ad arrivare all’outro dove tutti gli strumenti e le armonie esplodono insieme. Quella sensazione di esaltazione e trionfalità nel finale funziona così bene proprio perché nasce in totale contrasto con un’apertura intima e sospesa.
All’inizio consideravo il ruolo del produttore soprattutto come quello di chi mette insieme strumenti e suoni per ottenere un prodotto finito che suoni bene. Con il tempo la mia percezione è cambiata: la natura di questo lavoro resta quella, ma è la consapevolezza ad essere diversa.
Ho capito che, al di là del risultato tecnico, la mia priorità è emozionarmi, sia durante il processo creativo che quando ascolto il brano finito. Ogni volta che riascolto una mia traccia, rivivo esattamente tutto ciò che ho provato mentre la costruivo e nel momento preciso in cui ho deciso che era pronta per essere portata nel mondo. Un produttore non si limita ad assemblare suoni e frequenze: mette il proprio mondo interiore in ogni strumento, ritmo e melodia. Si può dire che quando ascoltiamo una canzone, stiamo ascoltando l’anima di chi l’ha creata.

