Il percorso di Sara Emma Gemma è una storia di coerenza e passione, costruita lontano dai riflettori della popolarità istantanea e radicata in oltre dieci anni di gavetta tra palchi e sale prove. Chitarrista e frontwoman di estrazione rock, oggi l’artista classe ’88 sceglie di mettere a nudo i propri stati d’animo, trasformando i turbamenti personali in canzoni che colpiscono per onestà e intensità. Con il suo ultimo singolo, ha dimostrato che la musica può ancora essere uno spazio di confessione e cura. In questa intervista ci spiega perché, nel panorama attuale dominato dai numeri, restare fedeli a se stessi sia l'unica vera forma di resistenza.
Ciao Sara Emma Gemma, presentati ai nostri lettori: chi è l'artista che oggi sceglie di sfidare il mercato musicale restando fedele a se stessa?
Ciao a tutti. Sono una cantautrice Campana, classe ’88, con alle spalle una lunga gavetta che mi ha portata a comprendere che nella musica, come nella vita, è importante riuscire a rimanere fedeli a se stessi, senza cercare di piacere a tutti costi.
La tua formazione parte dalla chitarra e passa attraverso un'esperienza rock durata un decennio. Come ha influenzato questa "gavetta" la tua attuale identità artistica?
Esattamente. Sintetizzando, ho cominciato a studiare chitarra all’età di 12/13 anni e me ne sono innamorata perdutamente. All’età di 15 anni ho cominciato a suonare in giro con una band amatoriale. La svolta è avvenuta intorno ai 17 anni, quando ho cominciato a scrivere le prime canzoni e sono diventata la frontwoman di una band rock di musica originale, gli Ephimera. Per dieci anni abbiamo suonato, prodotto, registrato e condiviso anche il palco con artisti di spessore. Chiaramente tutte queste esperienze, oltre al continuo confronto con i miei compagni di avventura, mi hanno fatta crescere moltissimo, sia dal punto di vista artistico che personale.
Da Levante ai Marlene Kuntz, i tuoi riferimenti spaziano molto. Se dovessi scegliere un solo elemento che hai "rubato" ai tuoi artisti del cuore, quale sarebbe?
Credo il dare valore ed importanza ai testi.
Come nascono le tue canzoni? "Panic Attack", ad esempio, è fiorita dopo una lunga notte di confessioni con un'amica. Segui sempre un'ispirazione così narrativa o hai un metodo di scrittura più strutturato?
Le mie canzoni sono quasi sempre il frutto dei miei stati d’animo e dei miei turbamenti. Non ho un vero e proprio metodo, però dopo aver scritto segue un lavoro di “rifinitura”. Ho anche provato a scrivere in maniera più metodica, ma i risultati sono sempre stati a dir poco disastrosi.
Oggi il panorama musicale è dominato dai numeri e dai social, una dimensione che hai dichiarato mancarti rispetto al live. Qual è la tua ricetta per non farti travolgere dalle mode e mantenere la tua credibilità?
Mah, non si tratta di una ricetta. Semplicemente non riesco a non seguire quello che naturalmente mi viene da dire e da fare. Non riesco proprio a fingere. Una volta, presa dallo sconforto, ho scritto un brano imitando (si si, proprio imitando) un brano di un’artista indie che stava andando di moda. Alla fine, non ho avuto il coraggio di pubblicarlo.
Parliamo del tuo nuovo singolo. Hai definito la scrittura di "Panic Attack" come "estremamente terapeutica" per elaborare un vissuto personale. Che tipo di risposta stai ricevendo da chi, come te, ha affrontato il buio degli attacchi di panico?
Chi ha ascoltato il singolo e si è riconosciuto nello stesso buio un po' mi ha ringraziata per averne parlato.
Hai anticipato che al momento non c'è un EP nei piani, ma la produzione continua serrata. Cosa puoi anticiparci sulle sonorità dei prossimi brani? Resteranno fedeli all'alternanza tra "intimo" e "incisivo" che abbiamo sentito in "Panic Attack"?
La fase di produzione non è ancora iniziata. Lo scheletro c’è, ora bisogna lavorarci.

