Intervista a Don Jio: dentro “Way Out”, il disco della ribellione allo status quo

 


Con “Way Out”, il nuovo album di Don Jio, la musica diventa un atto di sincerità radicale e, allo stesso tempo, una possibile via di fuga. Un disco che nasce dal bisogno di raccontarsi senza filtri, trasformando esperienze intime, fragilità e desideri di cambiamento in canzoni dal respiro universale. Pop, cantautorato e alternative si intrecciano con sfumature blues e jazz, restituendo un’identità sonora elegante e personale, costruita nel tempo tra pianoforte, voce e stratificazioni emotive.

Way Out è un viaggio interiore che parla di ribellione allo status quo, di relazioni che finiscono, di luoghi da lasciare e di nuove possibilità da immaginare. Il titolo, che richiama uno dei brani più immediati del disco, diventa metafora di una scelta necessaria: allontanarsi per ritrovarsi, cambiare prospettiva quando restare significa tradire se stessi. Un concept che si riflette anche nell’immaginario visivo, curato in prima persona dall’artista, e che rafforza il legame tra musica, racconto e identità.

In questa intervista per Effetto Musica, Don Jio ripercorre le radici del suo rapporto con la musica — dal pianoforte classico ai primi esperimenti di scrittura — raccontando il suo processo creativo, il ruolo dell’immagine oggi e il desiderio di tornare presto sul palco. Un dialogo sincero che ci accompagna dentro “Way Out”, tra confessione e libertà, alla ricerca di una voce autentica che non ha paura di mostrarsi per quello che è.

Benvenuto, presentati ai nostri lettori. Chi è Don Jio e come sei riuscito a trasformare le tue esperienze intime in un linguaggio musicale universale?
Jio è una persona allegra, a cui piace socializzare, conoscere, viaggiare, scoprire, festeggiare, ma è anche una persona a cui piace stare da solo con se stesso, con i propri progetti, con i propri pensieri. Ho imparato nel tempo che poteva essere interessante trasformare le mie esperienze personali in musica.
Non so se sia un linguaggio universale che arrivi a tutti, perché quando racconto le mie avventure nei miei testi è come se scrivessi un diario personale. Le mie canzoni potrebbero arrivare solo a delle persone che si avvicinano in qualche modo alla mia sensibilità, al mio modo di vedere le cose.
Provo molto piacere a mettermi al pianoforte e a lasciare che la musica si crei da sola attraverso la mia fantasia. E quando viene il momento di scrivere un testo, penso a qualcosa che mi è successo, qualcosa a cui voglio dedicare una canzone. L’ho già detto varie volte: non cerco di cambiare il mondo con le mie canzoni. È come se mi sfogassi e, in confidenza, parlassi a un ascoltatore che potrebbe riconoscersi nelle mie esperienze.

Il tuo legame con la musica ha radici lontane, tra il pianoforte classico e il coro a Venezia. È vero che la tua prima canzone è nata a soli 10 anni, lasciando persino tua madre incredula?
È un episodio che ancora ricordo. Era una composizione ovviamente semplice, con il testo scritto da un bambino. E c’erano degli accordi, degli arpeggi, che non sapevo neanche cosa fossero, e intuitivamente avevo creato una melodia, un’armonia. E sì, quando l’avevo proposta a mia madre, mi diceva: “No, non ci credo che l’hai inventata tu”.
Il fatto è che, se non cresci in una famiglia di artisti, è un po’ difficile essere capito, anche perché nemmeno tu sai di essere un artista. Quindi non sai neanche farti valere.
Quando c’era il dubbio se iscrivermi al Conservatorio di Venezia o a un liceo scientifico, i miei genitori mi hanno spinto verso altre direzioni. Dopo i vent’anni mio padre, che comunque nella sua gioventù cantava, ed ha una bella voce impostata lirica però è sempre stato molto preso dal suo lavoro tutt’altro che artistico, ha fatto un tentativo di portarmi dalla sua maestra di canto: una signora di Padova che avrebbe dovuto impostarmi la voce. Però ero ancora inconsapevole: anch’io volevo cantare, però non avrei mai pensato, ai tempi, di volerlo fare professionalmente.
Ricordo che già all’epoca guardavo il Festival di Sanremo e, cantante per cantante, facevo le mie votazioni e la mia classifica. Sono sempre stato affascinato dai cantanti e dalla musica, però, ripeto, era come una tendenza inconsapevole.

Il tuo stile oggi unisce pop, cantautorato e alternative con sfumature blues e jazz nate dai tuoi studi a Bologna. Quali sono i tuoi principali artisti di riferimento?
Sono cresciuto ascoltando assiduamente Madonna e Vasco Rossi. Ricordo una grande passione per i Cranberries, per Lenny Kravitz, per Alicia Keys, per i Radiohead. Ascolto tutt’ora le Bangles! Ricordo un giorno di aver ascoltato per caso la bossa nova e ho detto: “Cos’è questa cosa meravigliosa?”.
Nel mentre cantavo musica classica nei cori universitari e poi, cominciando a viaggiare in Asia — l’ho fatto ogni inverno per un decennio — ho cominciato a comprare musica di mantra indiani, musica thailandese. Insomma, sono sempre stato attratto da vari tipi di musica, per cui è difficile distinguere le influenze. Sono un misto di varie cose.
Ho pure avuto degli anni in cui ho prodotto musica dance, frequentavo il mondo delle discoteche, quindi molte delle mie canzoni sono nate dance. Però poi ho deciso di trasformarle in acustiche perché il mio obiettivo era formare una band e fare la rock star.

Spesso dici che le tue canzoni nascono da sole, come pagine di un diario che partono da un’emozione al pianoforte. Ci racconti meglio come prende forma una tua produzione, dalle prime note alla stratificazione del suono?
Ogni tanto una melodia mi viene in mente dal nulla, mentre sto facendo qualcos’altro, e la registro nel telefono per non dimenticarla. Altre volte, durante i sogni — mi è successo anche recentemente — sento una colonna sonora e, consapevole, mi sforzo di svegliarmi per registrarla perché, visto che mi è già successo, so che quella canzone non esiste e ha bisogno di essere creata.
Altre volte mi metto a tavolino al pianoforte per scrivere qualcosa, perché è sempre stato un processo creativo che mi soddisfa molto, come quando mi prendo il lusso di chiudermi una settimana per fare una canzone.
Ho sempre avuto pianoforti elettrici, per poter cantare di notte a volume basso, per cui con un cavo MIDI mi attaccavo alla scheda audio del computer e trasformavo le note scritte attraverso il pianoforte in altri strumenti musicali. Ora è molto più immediato, all’epoca erano i primi tentativi ; e quindi creavo il basso, creavo i violini, creavo arpeggi, cercavo di creare il groove.
E poi al computer — i primi tempi con Cubase, e da molto tempo con Logic — la canzone si costruisce pian piano, perché aggiungo dei suoni, magari poi li tolgo. Il giorno dopo procedo e arrivo fino a un punto in cui la canzone è completa.
La melodia nasce da subito, la melodia della voce. Canto in un linguaggio immaginario fino ad arrivare a un punto finale in cui metto le parole: quindi decido di cosa voglio parlare, cerco i vocaboli migliori per dirlo. Dopodiché mi concentro sulla pronuncia, registro, aggiungo dei cori, perché avendo cantato in vari cori mi piacciono un sacco le armonie delle voci sovrapposte.
È interessante il momento iniziale in cui, con pochi elementi, la canzone trasformata al computer, mi rendo conto che è nata. E quel momento mi ha sempre emozionato: molte volte mi commuovo per la bellezza che sento io in quello che ho creato. Quindi quel processo creativo iniziale, della nascita della canzone, per me è il momento più bello.

Oggi l’immagine sembra essere fondamentale e tu stesso hai imparato a montare i tuoi video. Cosa ne pensi del panorama musicale odierno? Credi che questo aspetto aiuti l’artista o rischi di distarre dalla purezza della musica?
Forse hai ragione: forse l’immagine distrae. Una volta ascoltavamo, nel walkman o nel CD player o nell’iPod, una canzone e lì ci si fermava. Oggi mi sono accorto che la gente ti ascolta solo se c’è un’immagine associata. È incredibile: una volta si andava in un negozio di dischi e adesso, attraverso il telefono o il computer, vuoi vedere la canzone.
E rende la vita un po’ più complessa per noi musicisti, perché comunque vogliamo essere rappresentati anche da questa immagine. O finisci come me che impari a farti il video da solo, però veramente è un gran lavoro, oppure hai le possibilità di far fare il video a qualcun altro, però c’è sempre il discorso che questo video debba piacerti.
E poi ogni tanto fai un video che ti sembra chissà cosa e la gente, in qualche modo, non lo capisce: non ti dà le soddisfazioni, non vede la bellezza che vedevi tu in quello che hai fatto. O forse piace a molti, ma non a tutti.
Comunque è una bella esperienza fare il video. Nel senso: io sono un creativo, dà molta soddisfazione anche quello. Però, ripeto, anche oggi quando faccio delle nuove canzoni mi richiedono un video, è un impegno ulteriore.
Sarebbe bello poter essere solo musicisti e che i videomaker facessero i video, e che ognuno si concentrasse sulla sua disciplina. Questo, secondo me, sarebbe ideale.

Parliamo del tuo nuovo disco Way Out. Il titolo riprende il tuo brano più pop. Rappresenta la tua fuga verso la libertà di Berlino? Com’è nato questo progetto?
Way Out, la canzone, parla della necessità che ho provato io, e come provano molte persone, di doversene andare dalla propria realtà, dal proprio luogo in cui si vive. È come se la fuga, a volte, secondo me, potrebbe essere la soluzione piuttosto che incaponirsi a voler risolvere una situazione irrisolvibile, combattere contro dei giganti. A volte credo che la soluzione più intelligente sia spostare l’attenzione verso qualcos’altro, la fuga, anche dalle relazioni amorose che non sembrano funzionare. 
Quindi in Way Out, raccontando questa storia malinconica di questo personaggio che se ne vuole uscire dal villaggio per poter essere capito, per non vivere una bugia, “ci sarà una via d’uscita?”. Il tempo me la indicherà. Apparentemente malinconica, ma c’è il lieto fine, il personaggio trova la forza di andarsene dalla cittadina, prende il treno e il video torna a colori, come a colori sono i suoi sogni.
Il videoclip descrive fedelmente questa situazione. È stato molto bello pensarlo e realizzarlo in giro per la Georgia. Era la prima volta che il video rappresentava esattamente quello che dicevo nel testo, quindi è stata per me un’opera magna. 
Siccome questo era il concetto fondamentale di tante mie storie raccontate nelle canzoni, la ribellione allo status quo — anche delle storie d’amore che finiscono, delle arrabbiature con le persone a cui tieni, delle delusioni che mi prendo; parlo di tutte queste cose nelle mie canzoni — è diventato anche il titolo rappresentativo dell’album.

Dopo l’uscita dell’album lo scorso 12 dicembre, quali sono i tuoi prossimi impegni per portare Way Out sul palco?
La preparazione e l’organizzazione del tutto, perché tra promozione, social media, i vari siti da aggiornare… è stata veramente un’organizzazione mastodontica. Quindi adesso sto tornando al pianoforte, a esercitare la voce per il live. Sto creando arrangiamenti, per poter fare delle versioni unplugged. Ne ho anche pubblicata una sperimentale in video, voce e chitarra di Way Out.
Quindi sì, la mia intenzione e priorità è uscire al più presto dal computer e tornare a fare solamente il cantante, il musicista, ora che ho preparato tutto. Ho cercato veramente di fare del mio meglio.
Però mi è venuta un’idea finale: purtroppo quando mi viene in mente qualcosa lo faccio, se dico una cosa, la faccio. Mi è venuto in mente che voglio publicare anche una canzone in italiano, subito. La canzone l’ho già scritta, l’ho già fatta, però la devo sviluppare nell’arrangiamento, e registrare: sia in italiano che in spagnolo, perché sono molto legato anche alla Spagna e al Messico, in particolare parlando dell’America Latina.
Mi piacerebbe quindi avere anche una chiave per entrare in quell’universo, provare a vedere come reagiscono loro alla mia musica, cantata nella loro lingua. Quindi sto facendo un’ultima ciliegina sulla torta per gli italiani e per i latini. Ci sono dentro: terminata questa la vedrete uscire, e poi vi faccio sapere dove venirmi ad ascoltare dal vivo.
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