Con “Quale retorica”, MaLaVoglia firma un brano diretto e necessario, nato di getto davanti alle immagini dei conflitti di Kiev e Gaza. Una canzone che rifiuta la neutralità e usa la parola come atto di responsabilità, riportando al centro della scrittura musicale temi sociali spesso evitati dal mainstream.
Dietro il progetto MaLaVoglia c’è Gianluca Giagnorio, cantautore cresciuto tra riconoscimenti importanti e un percorso costruito passo dopo passo, lontano dalle scorciatoie. In questa intervista per Effetto Musica racconta il senso della sua urgenza creativa, il rapporto tra uomo e personaggio e anticipa i prossimi passi di un percorso artistico sempre più consapevole.
Potresti raccontarci come Gianluca Giagnorio è diventato MaLaVoglia e cosa rappresenta per te questo nome oggi, dopo i successi ad Area Sanremo e al Premio Mia Martini?
Prima MaLaVoglia era solo il mantello e la maschera che usavo per far sentire un po’ più forte Gianluca, ora invece è il contrario. Ora grazie a MaLaVoglia anche Gianluca è cresciuto come uomo e persona e può sopportare e supportare il peso di MaLaVoglia. Mi piace pensare che senza l’artista non sarei l’uomo che sono e questo è il mio successo più grande. Area Sanremo, il Premio Mia Martini, il Premio Pigro, Il Fatti Sentire Festival e altre mille cose valgono tanto quanto le porte in faccia che ho preso. Ogni cosa mi ha spinto a fare sempre un passo in più, vuoi perché spinto dall’entusiasmo positivo di una soddisfazione ottenuta, vuoi per la necessità di rialzarmi dopo una caduta dolorosa. Il successo più grande di MaLaVoglia è che ad oggi è ancora in giro a fare musica…e ci è riuscito da solo.
Nella tua biografia dici "scrivo tanto, dormo poco e canto sempre". C'è stato un momento preciso in cui hai capito che la tua chitarra sarebbe diventata il mezzo per il tuo "grido di liberazione"?
Quando ho iniziato a scrivere in musica ho capito che quella roba lì mi faceva stare bene, mi permetteva di entrare in connessione con una parte di me che non riuscivo bene a esprimere. Poi col tempo ho imparato a vestire meglio la mia scrittura e le mie canzoni sono riconoscibili per me e questo è già un primo passo importante per un artista. Sapere perché si scrive e si vuole comunicare, avere un senso nel farlo.
Hai condiviso il palco con giganti come Vecchioni, De Gregori (attraverso premi come il Pigro) e i Subsonica. Quale di questi mondi senti più vicino alla tua scrittura sociale?
Sicuramente dai grandi artisti con cui ho condiviso il palco ho potuto apprendere molto di questo “lavoro”, ma poi artisticamente ognuno di loro ha un mondo irraggiungibile quindi cerco di costruirmi il mio e mi concentro su questo. Sicuramente io vengo dal cantautorato italiano classico essendomi nutrito di artisti come Bennato, Dalla, Vecchioni, De Andrè, Battisti fin da piccolo, però poi ho trovato la mia strada e mi sento di non assomigliare a nessuno anche per la diversità dei temi e gli stili toccati nelle mie canzoni.
"Quale retorica" è nata di getto in una notte di marzo guardando le immagini da Kiev e Gaza. Segui sempre questo istinto viscerale o preferisci una composizione più meditata?
Di solito seguo molto l’istinto e quando canzoni vengono fuori così velocemente è bellissimo perché poi puoi lasciarle decantare e riascoltarle ancora più belle. Altre volte però ci metto un po’ di più a sviluppare un’idea, magari perché è nata prima la melodia o prima un concetto testuale che poi devo elaborare. La mia vena creativa è però sempre molto istintiva e infatti scrivo quando ho bisogno di buttare fuori qualcosa che ho vissuto o pensato.
Spesso i brani attuali evitano temi politici o sociali complessi. Credi che ci sia ancora spazio per la "resistenza creativa" e la poesia come arma, come proponi nel tuo singolo?
No, non credo ci sia spazio e lo dimostra il fatto che nessun artista del mainstream stia mandando messaggi attraverso la musica. Per me era importante farlo, necessario.
Quale Retorica è la mia risposta a chi sta giocando con le nostre vite, il nostro futuro. I nostri figli non meritano tutto ciò.
Il video girato nell'Oltrepò Pavese crea un forte contrasto tra la pace della natura e la durezza del testo. Come ha reagito il tuo pubblico a questo accostamento così potente?
Sicuramente non se lo aspettava. Credo che ci si aspettasse un video altrettanto visivamente impattante ma secondo me il lavoro che il mio video maker Cesare Bobbiesi ha fatto è stato stupendo. È riuscito ad alleggerire il brano immergendolo in una natura bellissima, come se diventasse la protagonista della canzone, la protagonista da preservare come la bellezza che porta con sé. Volevo rendere omaggio anche a questa terra che mi ha accolto e fatto crescere. L’Oltrepò: è una perla bellissima.
Ci sarà un album in arrivo? Cosa ci puoi anticipare al riguardo?
Sì , sto lavorando al mio secondo album a stretto giro da PUNTO che è uscito a marzo del 2025. Ho necessità di fare uscire i brani più recenti che ho scritto e che mi raccontano per il MaLaVoglia di questi giorni. Sarà un album carico e vissuto, con canzoni molto diverse tra loro ma che sono legate da un concept che naviga tra malinconia, amore, solitudine e tagliente ironia. Saranno canzoni che raccontano me e in cui spero possano ritrovarsi in molti.
Ho già il titolo dell’album ma per l’uscita dobbiamo ancora aspettare.

