Terra,
erosione, crepe, superfici che cambiano forma. L’immaginario di “solchi” parte
da elementi concreti per parlare di qualcosa di molto meno visibile: il modo in
cui le esperienze modificano una persona. I Calanco
costruiscono il loro debutto intorno a questa idea e la trasformano in dieci
episodi di una stessa geografia interiore.
Un calanco
nasce lentamente. Acqua, vento e tempo consumano la terra fino a modificarne la
forma. Quello che per altri paesaggi sarebbe una ferita, nel calanco diventa
identità.
I Calanco
hanno scelto bene il proprio nome. E hanno scelto ancora meglio il titolo del
debutto.
“solchi”
ragiona infatti sulla stessa idea: essere trasformati da ciò che ci
attraversa. Non necessariamente diventare migliori. Semplicemente diversi.
Il disco
comincia da un errore reiterato. “sbaglio spesso” racconta un attaccamento che
ha superato il confine dell’amore ed è diventato dipendenza. Il protagonista sa
di trovarsi in una condizione distruttiva, ma la consapevolezza non produce
automaticamente una via d’uscita. È una distinzione importante e attraverserà
tutto l’album: capire non significa guarire.
“bruges” prova
a risolvere il problema attraverso lo spazio. Una città lontana viene investita
del compito impossibile di offrire una vita diversa. Quando la fuga si compie,
però, la promessa si dissolve. Rimangono nostalgia e solitudine.
L’altrove dei
Calanco è quasi sempre deludente perché il vero territorio del disco è
interiore.
“domenike” ne
mostra una zona particolarmente accidentata. L’arroganza copre l’insicurezza e
l’aggressività diventa un modo di impedire agli altri di avvicinarsi abbastanza
da riconoscere la vulnerabilità. La tensione sonora sostiene bene questa
ambivalenza.
“caffè
corretto” presenta invece una relazione in cui l’identità si modifica
continuamente. Il protagonista si definisce camaleonte: non una persona falsa
in senso semplice, ma qualcuno che sembra avere bisogno di adattarsi alle
situazioni fino a trasformare l’adattamento in provocazione.
Con “persei”
la geografia si rimette in movimento. La fuga non ha una destinazione, e
proprio per questo acquista un carattere quasi disperato. La rabbia cresce fino
a esplodere tutta insieme, come se il corpo avesse raggiunto il limite di ciò
che può contenere.
“verme”
rappresenta forse il punto più profondo dello scavo. Non c’è più una città
verso cui fuggire né arroganza dietro cui nascondersi. Rimane il senso di
inadeguatezza, espresso senza particolare riguardo per l’estetica del dolore.
È uno dei
pregi del disco: la sofferenza non viene resa necessariamente bella per
essere raccontabile.
“come fare non
lo so” torna sulla relazione con l’altro attraverso il risentimento. L’odio
viene utilizzato come strumento di separazione, ma la ripetizione ossessiva
dimostra quanto quella separazione sia incompleta. Continuare a ripetere
significa continuare a essere legati.
“adieu” è
invece un confine. La parola francese non suona come un semplice arrivederci:
sancisce la fine. Il protagonista deve fare i conti con la colpa di aver ferito
chi amava e con l’impossibilità di cancellare retroattivamente le proprie
azioni.
“rocciasangue”
trasforma il dolore in flusso di coscienza e porta la ricerca su un piano più
ampio: non soltanto come stare dentro una relazione, ma per quale ragione stare
al mondo.
La chiusura di
“RnR serena” potrebbe sembrare una deviazione e invece completa il quadro.
L’ossessione si fa carnale, il desiderio prova a riempire il vuoto e la realtà
appare come una coreografia primitiva nella quale ciascuno interpreta una
parte.
I Calanco
accompagnano tutto questo con un suono che non aspira alla perfezione levigata.
La produzione sfrutta i contrasti e lascia emergere una ruvidità funzionale
all’immaginario.
“solchi” è un
album di terra più che d’aria. Ha peso, polvere, erosione. Persino quando cerca
l’altrove continua a guardare verso il basso, verso ciò che rimane inciso.
Alla fine del
viaggio, la domanda non è come cancellare quei segni.
È imparare a
riconoscersi anche grazie a loro.

