Definirsi prima di tutto una narratrice significa
abbracciare una missione artistica che va oltre i singoli linguaggi: per Titta,
la recitazione, la formazione teatrale, le arti-terapie e il cantautorato sono
strumenti diversi diretti alla medesima intenzione, ossia raccontare l'essere
umano con sincera empatia. Con il lancio di Right
Here, Right Now, brano intimo e luminoso ispirato all'amore per il compagno
Mohamed e parte del concept album FUORI
ASSE – carta celeste per stelle inclinate, l'artista firma un'opera aperta
sull'accettazione e sul coraggio di abitare il presente. In questa intensa
intervista per Effetto Musica, Titta
ripercorre il proprio percorso creativo partendo dai primi ricordi d'infanzia,
soffermandosi sul valore della musica indipendente contro le logiche degli
algoritmi e dimostrando che la felicità sa essere profonda quanto il dolore.
Ciao
Titta, benvenuta su Effetto Musica!
Ti definisci prima di tutto una "narratrice", ma il tuo percorso
unisce recitazione, formazione teatrale, arti-terapie espressive e
cantautorato. Chi è Titta oggi e come si riassumono tutte queste anime nel tuo
progetto artistico?
Ciao
e prima di tutto, grazie per l'invito! Oggi mi definisco una narratrice perché
è l'unica parola che riesce davvero a contenere tutto quello che faccio. Per
molto tempo ho pensato di dover scegliere un'unica etichetta: attrice, cantautrice,
insegnante, autrice... Poi ho capito che il punto non era scegliere un
linguaggio, ma capire cosa volevo dire.
Mi
sono resa conto che, in fondo, faccio sempre lo stesso mestiere. Racconto
storie. A volte lo faccio attraverso una canzone, altre attraverso un
personaggio, altre ancora accompagnando qualcuno in un laboratorio teatrale o
espressivo. Cambia il mezzo, ma non cambia l'intenzione: creare uno spazio in
cui le persone possano riconoscersi, sentirsi viste e magari imparare a
guardare se stesse con occhi un po' diversi.
Credo
che ogni linguaggio abbia qualcosa che gli altri non possono avere e, di
conseguenza, fare. Ci sono emozioni che chiedono una melodia, altre che hanno
bisogno del silenzio di una scena teatrale, altre ancora di un corpo che si
muove nello spazio. Io cerco semplicemente di ascoltare quale sia il linguaggio
più adatto a ogni storia.
Forse
è per questo che non vivo le mie tante anime come qualcosa da tenere insieme.
Per me sono parte della stessa anima. Cambiano gli strumenti, ma resta sempre
la stessa urgenza: raccontare l'essere umano, con tutte le sue fragilità, le
sue contraddizioni e la sua straordinaria capacità di trasformarsi.
C'è
un ricordo bellissimo della tua infanzia legato a un piccolo assolo cantato nel
coro della chiesa a soli sei anni, dove hai scoperto per la prima volta il
potere del "silenzio" e dell'ascolto. Quando hai capito che quel
legame viscerale con la musica e con il racconto sarebbe diventato la tua
strada?
Quel
ricordo del coro della chiesa è ancora uno dei più belli che porto con me.
Avevo sei anni e ricordo nitidamente il silenzio che si è creato intorno a me
quando ho iniziato a cantare il mio piccolo assolo. Per la prima volta ho
capito che la musica aveva il potere di fermare il tempo e di mettere tante
persone in ascolto della stessa emozione. È stato il mio primo incontro con il
potere del racconto.
Ma
credo di aver capito davvero che quella sarebbe potuta diventare la mia strada
molti anni dopo, quando ho vinto il Premio Mogol del Tour Music Fest come
Miglior Autore con Ostaggi. Quel riconoscimento è arrivato in
un momento in cui avevo già iniziato il mio percorso artistico, ma avevo ancora
tanti dubbi. Ricevere un premio che portava il nome di uno dei più grandi
autori della musica italiana mi ha fatto pensare, per la prima volta, che forse
quello che scrivevo poteva davvero arrivare agli altri.
Non
l'ho vissuto come un punto di arrivo, ma come una responsabilità. Mi ha
ricordato una cosa che già sapevo bene, che le parole possono lasciare un segno
e che valeva la pena continuare a cercare la mia voce, anche quando non era la
strada più semplice.
Oggi,
ripensandoci, mi accorgo che quei due momenti sono legati. A sei anni ho
scoperto il silenzio. A trentadue ho scoperto che quel silenzio aveva qualcosa
da ascoltare. In mezzo ci sono stati anni di studio, tentativi, cadute e
ricerca. Ma il filo è sempre stato lo stesso: usare la musica per creare uno
spazio in cui le persone possano riconoscersi, ritrovare una parte di sé e,
magari, guardarsi con un po' più di sincerità e amore.
La
tua playlist è incredibilmente varia e spazia dal cantautorato di Guccini e
Vecchioni all'onestà viscerale di Mia Martini e Amy Winehouse, passando per il
pop di Ultimo, Arisa e l'universo di Lady Gaga. C'è un filo conduttore unico
che lega tutti questi ascolti così diversi tra loro?
Credo
che il filo conduttore sia l'emozione. O, forse ancora di più, il coraggio di
emozionarsi. Sono artisti molto diversi tra loro, ma hanno una cosa in comune:
quando salgono su un palco o scrivono una canzone, non ho mai la sensazione che
si stiano proteggendo. Si mettono in gioco completamente. Ed è una cosa che mi
affascina profondamente.
Per
me la qualità più grande che possa avere un artista non è la perfezione, ma la
disponibilità a donarsi senza risparmiarsi. È una forma di generosità enorme.
Perché ogni volta che racconti qualcosa di vero, inevitabilmente mostri anche
una parte fragile di te. E non è mai scontato farlo.
Poi
ognuno lo fa con il proprio linguaggio, a modo suo, alla fine, però, quello che
cerco quando ascolto qualcuno è sempre la stessa cosa: non voglio sentire un
artista che canta bene. Voglio sentire una persona che, attraverso la musica,
ha deciso di raccontarsi davvero. È quella sincerità che mi emoziona e che, ogni
volta che scrivo, provo a restituire anche nelle mie canzoni.
La
tua scrittura parte da un forte ascolto emotivo e da una profonda attenzione
verso l'altro, influenzata anche dalle tue competenze nelle arti-terapie. Come
trasformi un'emozione, una ferita o una storia vissuta in una canzone senza
filtri in cui chiunque possa riconoscersi e sentirsi "meno solo"?
In
realtà non parto mai pensando agli altri. So che può sembrare una risposta
strana, ma parto sempre da una domanda che riguarda me. Da qualcosa che non
riesco a spiegarmi, da una ferita, da una paura, da una contraddizione che
sento il bisogno di attraversare, da un’emozione che mi suscita qualcosa o
qualcuno. Le canzoni, per me, nascono così. Spesso sono un modo per mettere
ordine in qualcosa che, dentro di me, è ancora confuso.
Forse
le arti-terapie mi hanno insegnato proprio questo: che un'emozione non va
risolta in fretta. Va ascoltata. Osservata. A volte perfino lasciata lì per un
po'. Va attraversata. Credo che la musica funzioni allo stesso modo. Se provo a
spiegare un'emozione, rischio di renderla piccola. Se invece riesco a
raccontarla con sincerità, allora chi ascolta può riempire gli spazi che
restano con la propria storia.
È
per questo che non mi interessa scrivere canzoni che parlino solo di me. Mi
interessa scrivere canzoni abbastanza oneste da smettere, a un certo punto, di
appartenere a me. Quando una persona mi dice: "Sembrava che stessi
raccontando di me", quello è il complimento più bello che possa ricevere.
Perché significa che quella storia, pur essendo nata da un'esperienza
personale, è riuscita a diventare uno spazio condiviso.
Credo
che sia questo il potere più bello dell'arte: partire da qualcosa di
estremamente personale e trasformarlo in un luogo in cui qualcun altro possa riconoscersi.
Non perché abbiamo vissuto la stessa storia, ma perché, in fondo, le emozioni
parlano una lingua che appartiene a tutti.
Oggi
la musica viaggia a velocità altissime, spesso dominata da algoritmi e numeri
istantanei. Da artista che ha portato temi complessi come la salute mentale e
l'inclusione fino alla Camera dei Deputati, come vedi l'attuale mercato
indipendente e quanta forza ha ancora una canzone nel tempo?
Credo
che ogni epoca abbia avuto le sue regole. Oggi gli algoritmi, i numeri e la velocità
influenzano inevitabilmente il modo in cui la musica viene scoperta e
consumata. Sarebbe ingenuo far finta che non esistano. Ma credo anche che
confondere il mercato con il valore di una canzone sia uno degli errori più
grandi che possiamo fare.
Una
canzone può fare migliaia di ascolti in una settimana e sparire il mese dopo.
Oppure può trovare lentamente il proprio pubblico e continuare a vivere per
anni. Sono due cose completamente diverse. Io credo ancora nella seconda
possibilità.
Quando
ho avuto l'opportunità di portare la mia visione dell’arte alla Camera dei
Deputati, parlando di salute mentale, inclusione e accessibilità, ho capito una
cosa molto importante: l’arte può entrare nelle scuole, nei teatri, nelle
istituzioni, nelle conversazioni tra le persone e diventare dialogo. E quando
succede, ha già fatto una gran bella parte del suo lavoro.
Per
questo non credo che il valore di una canzone possa essere misurato soltanto
dai numeri. Mi piace pensare che una canzone abbia una vita molto più lunga
della sua uscita. Magari accompagna qualcuno in un momento difficile, oppure
gli fa cambiare prospettiva su qualcosa, o semplicemente gli resta dentro per
anni senza che se ne accorga. Quello non lo misurerà mai nessun algoritmo.
La
musica è sempre stata uno dei modi più potenti che abbiamo per trasmettere
idee, emozioni e domande. Le piattaforme cambiano, i mezzi cambiano, il mercato
cambia. Ma il bisogno umano di riconoscersi in una storia, in una voce o in una
melodia resta lo stesso. Ed è lì che, secondo me, una canzone continua a
trovare la sua forza.
Gli
algoritmi decidono cosa ci viene mostrato. Le persone decidono cosa rimane.
Il
17 luglio è uscito "Right Here, Right Now", un brano intimo e
luminoso che nasce dalla voglia di congelare la bellezza del presente e la
magia del tuo incontro con Mohamed. Come è stata accolta dal pubblico questa
tua svolta più solare e felice rispetto al passato?
Devo
dire che mi ha sorpresa. Avevo quasi paura di pubblicare Right Here Right
Now. Negli anni il pubblico mi ha conosciuta soprattutto attraverso brani
che parlavano di temi più legati al dolore o a momenti complessi della vita. Mi
sono chiesta tante volte se avrebbe riconosciuto come 'mia' una canzone così
luminosa.
Invece
credo che le persone abbiano capito una cosa molto importante: Right Here
Right Now non è una parentesi felice. È semplicemente un altro capitolo
della stessa storia. Se Cronika racconta la fatica di sopravvivere a
certi periodi della vita, Right Here Right Now racconta il momento in
cui, quasi senza accorgertene, ricominci a vivere.
Il
brano nasce dall'incontro con Mohamed, è vero, ma non parla soltanto di una
storia d'amore. Parla di quella sensazione rarissima in cui smetti, anche solo
per un attimo, di avere paura del domani e riesci ad abitare completamente il
presente. Credo che, in fondo, sia un'esperienza in cui molte persone si sono
riconosciute.
Mi
ha fatto sorridere leggere i messaggi di chi mi ha scritto: "Non ti avevo
mai sentita così serena" oppure “Quando ti vedo con lui sei proprio
luminosa”. È vero. Probabilmente perché, mentre scrivevo quella canzone, lo ero
davvero: luminosa e felice E penso che le persone lo abbiano percepito. Le
canzoni, in fondo, non raccontano solo quello che proviamo. Raccontano anche il
modo in cui lo stiamo vivendo in quel preciso momento.
Spero
che questo brano ricordi una cosa semplice: la felicità non è meno profonda del
dolore. Ha solo una voce diversa. E anche quella, ogni tanto… anzi… “ogni
spesso”, merita di essere ascoltata.
I
singoli di questi mesi sono i primi tasselli di un progetto ambizioso: il
concept album "FUORI ASSE – carta
celeste per stelle inclinate". Ci dai qualche anticipazione su come
sarà strutturato questo viaggio e sulla "costellazione" di storie che
andrai a tracciare?
L'idea
di FUORI ASSE – carta celeste per stelle inclinate nasce da una
domanda molto semplice: e se tutto quello che abbiamo sempre considerato un
difetto fosse, in realtà, soltanto una diversa coordinata?
Una
carta celeste serve a orientarsi guardando il cielo. Questo album prova a fare
la stessa cosa con l'essere umano. Ogni canzone è una stella: ha una luce, una
storia e una direzione tutta sua. Da sole possono sembrare episodi scollegati,
ma osservate insieme iniziano a disegnare una costellazione.
Ci
sono brani che parlano di salute mentale, altri di inclusione, altri ancora di
amore, identità, gratitudine, lavoro, famiglia, sogni e libertà. Temi
apparentemente diversi, ma legati dalla stessa domanda: cosa succede quando
smettiamo di cercare di rientrare nelle rotte che qualcun altro ha tracciato
per noi?
Il
titolo Fuori Asse non è un invito a sentirsi diversi. È quasi il
contrario. È un invito a smettere di misurarsi continuamente con un'idea di
normalità e iniziare a riconoscere il valore della propria traiettoria, anche
quando non coincide con quella degli altri.
Spero
che, arrivando all'ultima traccia, si abbia la sensazione di aver guardato il
cielo da un'altra prospettiva. Perché una costellazione non nasce da una sola
stella. Nasce dal legame che scegliamo di vedere tra tutte loro. E credo che,
in fondo, anche noi esseri umani funzioniamo così.

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