Con “Lorazepam”, i CTRL+Z tornano a sonorità cupe e taglienti per raccontare un’esperienza nata dal vissuto personale di uno dei membri della band e diventata, durante la scrittura, un racconto più ampio e condiviso.
Il brano affronta disorientamento, solitudine e difficoltà nel sentirsi compresi, trasformando emozioni e momenti complessi in musica.
In questa intervista per Effetto Musica, i CTRL+Z raccontano come è nato “Lorazepam”, il lavoro sul testo e sull’arrangiamento e il valore che la musica può assumere nei momenti più difficili.
“Lorazepam” nasce dall’esperienza personale di uno dei membri della band. Quando avete capito che quella storia poteva diventare una canzone?
Quando abbiamo iniziato a mettere le prime parole sopra l’arpeggio da cui nasce la canzone. La parte iniziale del testo era scritta su un taccuino. Una riflessione personale che non era stata pensata per essere messa in musica ma ci siamo resi conto presto che il colore che dava la chitarra era perfetto per raccontare quella storia. Il resto è andato praticamente da solo.
Durante la lavorazione altre persone hanno iniziato a raccontarvi esperienze simili. In che modo queste testimonianze sono entrate concretamente nel testo?
Quando abbiamo registrato la prima bozza della canzone, come facciamo spesso, abbiamo fatto girare un po’ l’idea tra le persone che ci sono intorno. Di solito i feedback sono molto “professionali” ma con questa canzone è successo qualcosa di diverso. Alcune persone si sono sentite descritte in alcuni passaggi ed hanno iniziato a condividere le proprie esperienze. In questo modo abbiamo capito che alcune emozioni e situazioni tornavano in molti racconti mentre altre erano più personali. Una reazione tanto emotiva da parte di chi avevamo intorno ci ha spinto ad eliminare un po’ le parti più personali in favore di un racconto più collettivo. Chissà, magari può aiutare qualcuno a sentirsi meno solo in un momento particolarmente delicato…
Quali erano gli elementi che tornavano più spesso nei racconti che avete raccolto?
Il senso di disorientamento. La solitudine in parte ricercata ed in parte vissuta come una condanna. La sensazione che nessuno abbia idea di cosa stai provando. Le minimizzazioni del problema da parte di chi si ha intorno. Queste sono le cose che tornavano più spesso e per questo l’idea di rendere il racconto più collettivo è diventato importante. Per fare sapere “non sei solo”.
Trasformare una vicenda privata in un racconto collettivo comporta anche la responsabilità di non parlare al posto degli altri. Come avete trovato questo equilibrio?
Non abbiamo cercato di parlare al posto degli altri. Semplicemente abbiamo incorporato i loro racconti nel nostro. Il titolo stesso ed il richiamo ai farmaci è qualcosa che viene da racconti esterni alla band. Abbiamo adattato il racconto e la musica e “sentito” come cambiava la percezione di chi quei momenti li aveva vissuti. Quando ci siamo sentiti soddisfatti abbiamo fissato il brano.
Avete raccontato “Lorazepam” come un modo per esorcizzare alcuni momenti bui. Scrivere e suonare il brano ha avuto davvero questa funzione per voi?
Assolutamente sì. Diciamo spesso, scherzando, che suoniamo solamente per risparmiare un po’ in psicologi ma il valore esorcizzante della musica è incredibile. Come tutte le cose quando iniziano ad avere un nome, quando sono nero su bianco e quando se ne parla perdono molto del potere di spaventare. Cantare e suonare la paura ed il dolore li rende più piccoli ed umani. Con il tempo diventano qualcosa che fa parte di te ma non ti fanno più sanguinare.
Con “Lorazepam” tornate alle atmosfere più cupe e taglienti del vostro primo singolo. Cosa vi ha riportato verso questo tipo di suono?
Non c’è una ragione specifica e soprattutto non c’è un ragionamento dietro. Lavoriamo molto per emozioni ed umori lasciando che un singolo episodio, una nota scritta o un accordo si trasformino in qualcosa di più. Lasciamo scorrere le emozioni, i pensieri e le note. Creiamo molto ma poi pochissimo arriva in studio di registrazione. Quando qualcosa ci prende al punto da lavorarci per molti giorni allora sappiamo che sentiamo nostra quella storia. Alcune volte è qualcosa di cupo, altre di allegro, altre volte ancora persino ridicolo. Crediamo che come la vita sia fatta da tutte le emozioni e colori a seconda del momento così debba essere la nostra musica.
L’andamento del brano riflette l’instabilità emotiva raccontata nel testo. Come avete lavorato sull’arrangiamento per tradurre musicalmente questa sensazione?
È venuto fuori in modo molto naturale. Man mano che esploravamo le sfaccettature dell’esperienza l’altalena emotiva diventava sempre più evidente ad ogni parola. Quando si arrivava a toccare determinati argomenti veniva spontaneo alzare od abbassare il tiro della voce e degli strumenti. È bastato ascoltarsi.
“Lorazepam” rappresenta un ritorno a qualcosa che avevate già esplorato oppure indica una possibile direzione per i prossimi brani dei CTRL+Z?
Ci piace stupire. Le sonorità rimangono più o meno simili nei vari brani ma umori, colori, velocità e temi possono cambiare ogni volta. La verità è che la nostra direzione non la conosciamo neanche noi e questo ci piace molto.

